martedì 16 gennaio 2018

Fin dal 1919 il Duce denunziò il Giudaismo

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(7 novembre 1938)

      In una conferenza all'Istituto di Cultura Fascista di Milano, il 7 novembre, S. E. Roberto Farinacci ricorda il brano di un articolo del Duce pubblicato sul Popolo d'Italia del 4 giugno 1919: le affermazioni contenute in questo brano dimostrano come il Duce abbia sentito sin d'allora il pericolo ebraico e l'abbia prospettato con l'antiveggenza sua propria quando né in Germania né altrove l'antisemitismo era dottrina di moda.

      Se Pietrogrado non cade, se Denikin segna il passo, gli è che così vogliono i grandi banchieri ebraici di Londra e Nuova York, legati da vincoli di razza con gli ebrei che a Mosca come a Budapest si prendono una rivincita contro la razza ariana che li ha condannati alla dispersione per tanti secoli. In Russia vi è l'ottanta per cento dei dirigenti dei soviet che sono ebrei. Il bolscevismo non sarebbe per avventura la vendetta dell'Ebraismo contro il Cristianesimo? L'argomento si presta alla meditazione. È possibile che il bolscevismo affoghi nel sangue di un pogroom di proporzioni catastrofiche. La finanza mondiale è in mano agli ebrei.
      Chi possiede le casseforti dei popoli, dirige la loro politica. Dietro i fantocci di Parigi, sono i Rothschild, i Warburg, gli Schifi, i Guggeihm, i quali hanno lo stesso sangue dei dominatori di Pietrogrado e di Budapest. La razza non tradisce la razza.
      Il bolscevismo è difeso dalla plutocrazia internazionale. Questa è la verità sostanziale. La plutocrazia internazionale dominata e controllata dagli ebrei, ha un interesse supremo a che tutta la vita russa acceleri sino al parossismo il suo processo di disintegrazione molecolare.

Tratto da:
http://www.adamoli.org/benito-mussolini/pag0804-.htm

sabato 13 gennaio 2018

IL NOSTRO MODELLO ETICO FASCISTA


Decalogo dell’italiano nuovo
 (1939)

1. Non vi sono privilegi, se non quello di compiere per primi la fatica e il dovere.
2. Accettare tutte le responsabilità, comprendere tutti gli eroismi, sentire come giovani italiani e fascisti la poesia maschia dell’avventura e del pericolo.
3. Essere intransigenti, domenicani. Fermi al proprio posto di dovere e di lavoro, qualunque esso sia. Ugualmente capaci di comandare e di ubbidire.
4. Avere un testimonio da cui nessun segreto potrà mai liberare: il testimonio della coscienza, il più severo, il più inesorabile dei nostri giudici.
5. Aver fede, credere fermamente nella virtù del dovere compiuto, negare lo scetticismo, volere il bene e operarlo in silenzio.
6. Non dimenticare che la ricchezza è soltanto un mezzo, necessario sì ma non sufficiente a creare da solo una vera civiltà, qualora non si affermino quegli alti ideali che sono essenza e ragione profonda della vita umana.
7. Non indulgere al mal costume delle piccole transazioni e delle avide lotte per arrivare. Considerarsi soldati pronti all’appello, ma in nessun caso arrivisti e vanitosi.
8. Accostarsi agli umili con intelletto d’amore, fare opera continua per elevarli ad una sempre più alta visione morale della vita. Ma per ottenere questo occorre dare l’esempio della probità.
9. Agire su se stessi, sul proprio animo prima di predicare agli altri. Le opere e i fatti sono più eloquenti dei discorsi.
10. Sdegnare le vicende mediocri, non cadere mai nella volgarità, credere fermamente nel bene. Avere sempre vicina la verità e come confidente la bontà generosa.

Tratto da : https://bibliotecafascista.org/perche-esiste-ilcovo/

Definizione semplificata del Fascismo.


Il fascismo era un partito del popolo per il popolo, a difesa dell'Italia intesa come nazione che appartiene ad un determinato popolo, di cui eredità lasciata dagli antichi padri ( per dare un senso di fierezza dimenticato nel tempo) , doveva far si che coalizzasse le masse in un entità che può essere definita la patria nel suo senso più alto del termine, che è la base che porta alla elevazione spirituale del popolo, che si sente unito all'altro e lavora in collaborazione non solo per se stesso ma per un bene superiore, cioè quello della nazione, o della patria di cui si sente parte e con cosapevolezza di se sa che ogni sacrificio, ogni sforzo ha un senso di immortalità, perchè la nazione sentita come propria dalle masse, diviene immortale e sarà sempre la terra di cui i propri figli e le generazioni future beneficeranno dei frutti.

Detto questo prologo la democrazia liberale è all'intitesi di tutto questo, crea disgregrazione, corruzzione, divisione sociale,competizione per le briciole mentre i ladri e i criminali depredano la nazione intera, sfiducia nell'altro e nello stato visto non più come governo di una nazione coesa, ma come un usurpatore (per conto esteri) che depreda e abusa sistematicamente dello stesso popolo.

Nel contesto liberal democratico, (truffa che da decenni i popoli subiscono illusi che votando possano divenire liberi , dimenticando che solo con la spada e con il sangue si ottiene la libertà), solo le mafie, la corruzzione e i degenerati possono prosperare, semplimente perchè la democrazia è una truffa, un illusione, perchè la vera oligarchia che si cela dietro le democrazie e dietro gli uomini di paglia che si ergono dalla viscida propaganda elettorale, può essere solo l'oligarchia plutocratica, i signori dei soldi, gli usurai della terra, perchè le democrazie sono la vera tirannia, la tirannia peggiore, che illude su presunte libertà che non possono mai esistere nei fatti, mentre depreda, abusa e divora sistematicamente in una morsa senza stregua sia i popoli caduti nelle disgrazia chiamata democrazia, sia gli altri popoli, che sempre con la scusa dell'esportare la democrazia, vengono invasi,bombardati e depredati di tutto, un esempio su tutti gli USA, che da quando sono nati hanno creato guerre più di ogni altra nazione, e non a caso vengono definiti la più grande democrazia .

Per conlcudere il fascismo era un vero governo dell'Italia per gli italiani, di conseguenza la mafia e altri criminali non possono esistere, nella democrazia invece i criminali vengono messi al potere, perchè le democrazie sono volute e gestite dalla finanza apolide, che possono usare come pupazzi solo corrotti e criminali, uomini inferiori ricattabbili e servili, e per la loro inferiorità umana e morale sono disposti a depredare la nazione per se stessi e per conto di chi li dirige.

In conclusione le democrazie liberali lasciano agire la mafia o altri criminali, solo per avere manodopera per i loro affari sporchi, la mafia è costituita da ignoranti e caproni a cui viene lasciato spazio di azione per conto di chi li usa come copertura della vera tirannia chiamata ususrocrazia mondiale; per non fare capire il fatto che l'unica vera mafia siede proprio nei banchi di quei governi che si definiscono democratici.

Tratto da un commento al video: https://www.youtube.com/watch?v=ggYO89ihAXs
a firma di di: white wolf revolution

domenica 7 gennaio 2018

La Giustizia nel Regno delle Due Sicilie U. Sterlicchio

 
 
Un interessante e documentato intervento del nostro Ubaldo Sterlicchio, appassionato e puntuale ricercatore delle cose delle Due Sicilie, tra passato e... presente. La storiografia risorgimentalista ha fatto sì che la giustizia borbonica fosse consegnata alla Storia come una fra le peggiori dell'esperienza europea, asserendo inoltre che il Regno delle Due Sicilie aveva una burocrazia farraginosa ed arretrata. Invece non era così! Se volgiamo infatti lo sguardo, con la necessaria attenzione e con onestà intellettuale, alla legislazione penale ed al sistema carcerario borbonici, ci accorgiamo di quanto 
ciò sia falso e di come, invece, sia purtroppo vero che la storia venga scritta sempre dai vincitori. Oggi, senza tema di smentita, possiamo affermare che il Regno delle Due Sicilie eccelleva sotto gli aspetti sociale, culturale, industriale, economico, amministrativo, ed aveva delle leggi all'avanguardia in numerosi settori.
In particolare, il sistema giudiziario meridionale è stato riconosciuto da molti studiosi come il più avanzato dell’Italia pre-unitaria, in linea con la grandissima scuola napoletana del diritto. Ed è ap-pena sufficiente consultare, presso l’Archivio di Stato di Napoli - fondo Archivio Borbone - la «Col-lezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie», per rendersi conto della mo-dernità e dell’elevato livello di civiltà giuridica che caratterizzavano l’Ordinamento duosiciliano.
Legislazione penale
Sin dal 1774, era stato introdotto nell’impianto processuale borbonico l’obbligo della Motivazione delle Sentenze, in linea con le teorie illuministe del giurista napoletano Gaetano Filangieri (1753-1788); ed, allorquando la tortura giudiziaria vigeva ancora con tutta la sua ferocia nel cosiddetto li-berale Piemonte, le leggi borboniche già da un pezzo l’avevano vietata. Era stabilito, inoltre, che la corrispondenza privata non potesse venire in alcun modo manomessa e che non fosse lecito impri-gionare un povero debitore senza un giudizio di merito che ne avesse accertato la frode e le relative responsabilità.(1)
A distanza di un secolo e mezzo dall’annessione del Meridione d’Italia al Piemonte, è possibile af-fermare, con cognizione di causa, dati e documenti alla mano, che le leggi napoletane erano ottime, tanto che, nel 1852, Napoleone III inviò a Napoli una speciale commissione di giuristi e di alti fun-zionari, perché studiassero la bontà di quelle leggi.(2)
È, infatti, molto interessante esaminare i seguenti articoli della legge del 29 maggio 1817, titolata: «De’ conciliatori, de’ giudici, de’ tribunali, e delle Gran Corti in generale».
Art. 81: «In parità di voti [fra i magistrati componenti le Corti di Giustizia, n.d.r.], sarà seguita l’opinione più favorevole al reo».
Art. 194: «L’Ordine Giudiziario sarà subordinato solamente alle autorità della propria gerarchia. Niun’altra autorità potrà frapporre ostacolo o ritardo all’esercizio delle funzioni giudiziarie o alla esecuzione dei giudicati».
Art. 196: «Niuno potrà essere privato di una proprietà o di alcuno de’ dritti, che la legge gli accorda, che per effetto di una sentenza o di una decisione passata in giudicato».
Art. 219: «Tutte le sentenze e tutti gli atti dei giudici, de’ tribunali e delle Gran Corti, saranno scritti in italiano; le sentenze saranno motivate nel fatto e nel diritto».(3)
Sarebbero sufficienti solo queste quattro norme per attestare, in maniera incontrovertibile, la mo-dernità e l’elevato livello di civiltà giuridica che, già nei primi decenni del XIX secolo, caratterizza-vano il sistema penale borbonico.
Il 21 maggio 1819 fu promulgato da Ferdinando I (1751-1825) una sorta di Testo Unico, diviso in 5 parti: leggi civili, leggi penali, leggi della procedura ne’ giudizi civili, penali e per gli affari di commercio, che realizzava una fondamentale unificazione legislativa nel Regno.(4)
Il Codice Penale, in particolare, prevedeva che i magistrati venissero reclutati per concorso e non per nomina regia, come avveniva in altre parti d’Italia; quelli, poi, che componevano le 21 Gran Corti Criminali, presenti nei principali capoluoghi del Regno, dovevano essere in numero pari poiché, in caso di equilibrio nel giudizio, si doveva decidere osservando il già citato principio secondo cui «l’opinione è per il reo». Questa norma sulla composizione paritaria delle Grandi Corti, in merito alla quale si potrebbe scrivere e parlare per ore, scaturiva da un’applicazione talmente evoluta del principio giuridico del favor rei, che con la scomparsa del Regno borbonico non ha più trovato ap-plicazione, perché non è più affiorata in forma compiuta nella retriva coscienza giuridica dell’Italia post-unitaria.
È interessante poi notare come, nella parte dello stesso Codice dedicata alle pene, non si facesse al-cun cenno a reati d’indole sessuale; ciò in difformità da quanto avveniva in altre legislazioni con-temporanee. Nel libro II, tit. VII, cap. II, concernente «Dei reati che attaccano la pace e l’onore del-la famiglia», l’art. 345 puniva genericamente «ogni altro atto turpe o sregolato d’incontinenza che offenda il pudore pubblico», perseguendo nella stessa misura sia gli eterosessuali che gli omosessuali. Al contrario, 20 anni dopo, nel 1839, con l’introduzione in pompa magna del Codice Penale per gli Stati di S.M. il Re di Sardegna, in vigore in Piemonte, Liguria, Sardegna e Savoia, l’art. 439 contemplerà la punizione della «libidine contro natura», anche se avvenuta senza violenza e fra a-dulti consenzienti, sanzionando così l’omosessualità.(5) L'art. 425 del successivo Codice penale per gli Stati di S.M. il Re di Sardegna del 1859 riprenderà le disposizioni del codice del 1839; e sarà quest’ultimo Codice ad essere esteso al neonato Regno d'Italia, dal 1860 in poi, fino alla sua sosti-tuzione con il primo codice penale veramente italiano, il Codice Zanardelli, nel 1889. In questo mo-do, la criminalizzazione dell'omosessualità fu estesa al nuovo Regno.
Con un decreto del gennaio 1824, ai fini di una più rapida definizione dei procedimenti giacenti, fu introdotto l'istituto della «transazione», molto simile all’odierno «patteggiamento», tra il pubblico ministero ed il reo, nel contesto di un procedimento abbreviato;(6) si pensi che entrambi questi istituti («patteggiamento» e «rito abbreviato») saranno introdotti nel diritto processuale italiano solamente il 24 ottobre 1989, vale a dire ben 165 anni dopo!
Soprattutto Ferdinando II di Borbone (1810-1859) legiferò e si adoperò ai fini della più corretta amministrazione della Giustizia, garantendo in primis l’assoluta indipendenza della Magistratura dagli altri poteri dello Stato. Inoltre, ben sapendo «che nella pubblicità dei giudizi è riposta la più solenne guarentigia della loro rettitudine, e che codesta pubblicità è la scuola migliore che aver possa un popolo... ordinò e richiamò essenzialmente in osservanza la discussione pubblica di tutte le cause, mirando anche al motivo della gloria del foro, affinché non scemasse il pregio dell’eloquenza degli avvocati con lasciar trasandata la perorazione delle cause».(7)
Con l’ordinanza del 18 novembre 1833, lo stesso re prescrisse poi ai Procuratori Generali del Regno di segnalare al Ministro della Giustizia, con rapporto circostanziato, i pronunziati delle Corti a pene capitali, affinché il Re fosse messo in condizioni di provvedere – motu proprio – per l’eventuale grazia o commutazione di pena.
Durante tutto il Regno di Ferdinando II, infatti, nessuna sentenza capitale, pronunciata per motivi politici, fu mai eseguita: furono tutte tramutate in carcere, quando i condannati non furono addirittu-ra graziati,(8) fatto unico nell’Europa di quei tempi! Pertanto, alla luce di quanto appena detto, si può ben affermare che, nel Regno borbonico, al momento dell’uni-tà d’Italia, la pena di morte risultava essere stata, di fatto, abolita, tanto che lo storico Paolo Mencacci osservò: «a giudicare coi criteri odierni, che ritengono la pena di morte una barbarie, il Regno delle Due Sicilie, nel decennio che precede l'unificazione, è senz'ombra di dubbio uno Stato modello».(9)
Il 25 febbraio 1836, Ferdinando II abolì anche la pena dei lavori forzati perpetui che, invece, nei de-cenni post-unitari, fu largamente inflitta dal Governo italiano ai cosiddetti «briganti» meridionali.
Per tutelare infine la privacy degli imputati, con un decreto del 1849, lo stesso re Ferdinando II vie-tò che i giornali ed i periodici pubblicassero gli atti istruttori delle cause penali in pendenza di giu-dizio. La trasgressione comportava la reclusione, oltre ad un’ammenda.

Sistema carcerario

Con una circolare del 24 ottobre 1800, il re Ferdinando IV (poi I), promulgò norme innovative in favore dei carcerati, ordinando che per i detenuti poveri il Fisco – e cioè lo Stato – sostenesse le spese per il loro vitto. Questo avveniva mentre, nelle restanti carceri europee del tempo, i familiari dovevano provvedere a fornire il companatico per i congiunti chiusi in prigione.
Nel 1817 Ferdinando I di Borbone emise un decreto assolutamente all’avanguardia per i tempi. Il provvedimento prevedeva, in primis, la costituzione di una speciale Commissione per ogni «valle», che vigilasse sul regolare funzionamento delle carceri, sulla salubrità e sicurezza dei locali e sulla qualità del cibo somministrato ai reclusi. Il provvedimento regio conteneva, inoltre, le norme relative alla concessione di quegli appalti che provvedessero, all’interno delle strutture carcerarie, alle più elementari necessità dei detenuti, come la pulizia, la rasatura, il lavaggio della biancheria sporca, il ricovero dei malati in apposite strutture sanitarie. Ogni prigione doveva essere fornita di un cappellano, di un medico e di un cerusico.
Nel Codice del 1819 si legge anche che: «…il pavimento del carcere si laverà ogni 15 giorni… il carcere si imbiancherà ogni sei mesi, sarà mantenuto anche il barbiere dei poveri …e non potrà pretendere compenso alcuno dai detenuti …il barbiere raderà i capelli a tutti coloro che giungeranno al carcere e si dichiareranno poveri. Raderà a costoro la barba una volta a settimana. Il fornitore stipendierà anche il lavandaio dei poveri; le biancherie dei letti e le camicie saranno cambiate ogni 8 giorni, se pure non occorresse farlo più sovente».(10)
Nel 1845, Ferdinando II emanò un decreto sulla legislazione carceraria che, se fosse stato integral-mente applicato (infatti, lo fu solo parzialmente, soprattutto a causa delle gravissime problematiche provocate dalle continue rivolte, fomentate dai facinorosi rivoluzionari liberal-massoni, che il Regno dovette affrontare durante quel turbolento periodo storico), avrebbe senz’altro reso il sistema penitenziario borbonico il più moderno del mondo. Il decreto, infatti, prevedeva la suddivisione dei carcerati in varie categorie, a seconda dell'età e del delitto commesso, nonché la loro separazione in strutture diverse, per evitare che il contatto fra i detenuti per reati poco gravi e i detenuti per reati di maggiore entità, potesse avere una cattiva influenza sui primi; la destinazione al lavoro dei condan-nati alla reclusione, fino ad allora abbandonati nel più terribile ozio, presso manifatture da costituirsi all'interno degli stessi penitenziari; l'istruzione religiosa e morale. Il decreto conteneva, altresì, norme sulla struttura architettonica del carcere, che avrebbe dovuto rispondere ai requisiti della vigilanza, della sicurezza, della salubrità, della capacità e del contenimento della spesa.(11)
Il regime borbonico, infatti, si dimostrò all’avanguardia anche nel settore dell’edilizia carceraria ed una particolare menzione merita, a tale proposito, l’esperimento del penitenziario di Santo Stefano.
In un’epoca in cui non esisteva il concetto moderno di detenzione nel rispetto della «dignità umana» ed in cui il carcere era inteso solo e soprattutto come «vendetta sociale» e, quindi, esclusivamente come luogo di espiazione e di castigo, i cattolicissimi re Borbone, ispirandosi alla clemenza dettata dal Vangelo, la legge perfetta posta alla base del loro Ordinamento Statale, fecero proprie le tesi «roussoiane» secondo le quali «L’uomo non è cattivo per nascita, ma perché è la società che lo cir-conda a condizionarlo negativamente. Pertanto, se lo si sottrae all’ambiente perverso e lo si intro-duce in un mondo sano e regolato, egli si redime».(12) Gli ideali cristiani ebbero, quindi, un peso de-terminante nel campo criminologico borbonico, aiutando a comprendere che il periodo di isolamento in carcere, e quindi la pena detentiva, dovesse servire alla correzione della personalità del reo; per usare la dizione che rinveniamo nell’articolo 27 della Costituzione della Repubblica italiana, dovesse «tendere alla rieducazione del condannato».
Il carcere che, nel mondo dell’epoca, era caratterizzato da promiscuità e trattamenti inumani, da noi divenne «penitenziario» e cominciò così a farsi strada la teoria dell'emenda del reo, in base alla quale la funzione della pena deve essere quella di «correggere il comportamento criminoso, al fine di reinserire il soggetto nella società».
Forti di tali principi, i Borbone concepirono il carcere come un luogo di redenzione e non più solo come punizione (quale rappresaglia di una società offesa) e realizzarono un regime penitenziale fra i meno disumani d'Europa. Essi progettarono, prima d'ogni altro Stato europeo, una riforma in tal campo che teneva conto delle esigenze elementari dei carcerati e della necessità di educarli, al fine di permettere loro di iniziare una nuova vita, una volta espiata la pena. I Borbone, pertanto, compirono la prima riforma carceraria che tenne conto dell’umanità del condannato, statuendo che i luoghi di detenzione non dovessero essere più quelle incivili prigioni, dove i detenuti soffrivano la reclusione nella più bieca ed inumana promiscuità, ammassati in locali senza servizi igienici e dove molte volte convivevano donne, bambini e uomini. Si rese, quindi, evidente la necessità di assicurare ambienti adeguati per spazio e cubatura, igienici e dove i condannati, separati per sesso, e molte volte per tipologia di reato, ricevessero anche assistenza sanitaria e religiosa, e potessero svolgere un’attività lavorativa.(13)
È con questo altissimo concetto etico e morale che vennero commissionati al maggiore del Genio Militare Antonio Winspeare senior (1739-1820) il progetto ed all’ingegnere Francesco Carpi la rea-lizzazione del «primo carcere di recupero della storia mondiale», nell’isola di Santo Stefano, attigua a Ventotene, nelle Pontine. Siamo nel 1795 e, quando tutte le carceri del mondo sono ricavate in umidi ed oscuri sotterranei di antichi palazzi, oppure nelle soffitte, nelle torri e nelle segrete di freddi castelli, i Borbone realizzano una struttura penitenziaria all’avanguardia, la cui progettazione e costruzione si rifaceva ai criteri architettonici del cosiddetto panoptikon, suggeriti dal filosofo in-glese Jeremy Bentham (1748-1832).(14)
Visitando la struttura carceraria, tuttora accessibile, appare evidente la sua funzionalità e la perfetta e facile fruibilità, da parte dei detenuti in semilibertà, degli spazi comuni e delle aree circostanti. La pianta a «ferro di cavallo» rispondeva a varie esigenze. Innanzitutto psicologiche: i reclusi avevano vista solo verso l'interno e la forma tondeggiante, come l'isola stessa, dava l'idea di un arroccamento completo. Poi anche pratiche, in quanto la struttura ad emiciclo del panoptikon permetteva ad un so-lo sorvegliante, posto al centro, di controllare tutte le celle contemporaneamente.(15)
È evidente poi come le celle individuali, ricavate su tre piani, fossero in realtà degli «alloggi» dove i «rilegati», oltre che a dormire, dovevano provvedere a cucinare e ad accudire a se stessi attraverso una sorta di autogestione. A partire dalle prime ore del mattino, essi si recavano nei campi a terrazze dove lavoravano la vigna, coltivavano gli ortaggi, i cereali e curavano gli animali da latte e da carne. I salari, così guadagnati, potevano poi venire spesi nella cittadella carceraria posta immediatamente a ridosso del corpo centrale dove, oltre ad una «locanda» ben attrezzata (ma senza alcol!), i reclusi potevano disporre di un «locale barberia», di un «cortile giochi» (bocce, zicchinetta, strumml’, lippa), di una «lavanderia» e di una «canonica» con annessa cappella.
Come già detto, la presenza dei carcerieri era estremamente limitata, sia nelle aree di detenzione notturna, che in quelle diurne; infatti, al centro dell’emiciclo era stata ricavata, una «cappella/punto di osservazione», da cui un solo guardiano, a distanza e con estrema discrezione, era in grado di te-nere sotto controllo tutte le 99 celle; nella stessa cappella, tra l’altro, a cura del Cappellano del car-cere, veniva celebrata la Santa Messa mattutina e recitata la preghiera del Vespro alla presenza di tutti i detenuti, senza la necessità che gli stessi si muovessero dall’interno delle proprie celle.(16)
Ed era proprio questa un’altra peculiarità delle «carceri borboniche»: il servizio religioso, molto cu-rato, nel quale i sacerdoti si impegnavano, non solo con le funzioni sacre, ma anche con altri compiti assistenziali per i carcerati.
Eppure, i detrattori continuano a definire il Regno dei Borbone «lo Stato dove si edificavano infer-nali carceri per inumani trattamenti».
Niente di più falso!
Mentre, a seguito della politica radicalmente anti-cattolica del governo italiano, le quotidiane cele-brazioni religiose nelle prigioni del Sud, dopo l’unità furono abolite.(17) Purtroppo, proprio con l’unità d’Italia, il carcere di Santo Stefano perse la sua peculiarità e fu trasformato in carcere duro ed ergastolo. Dove prima alloggiava un solo detenuto, ne furono posti due, poi ne furono stipati quattro e poi sei, mentre cessarono quasi del tutto le attività esterne, lasciando che la disperazione prendesse il sopravvento sulla speranza che un tempo sorreggeva gli antichi originari reclusi.
I Borbone, diffamati oltremodo quali «feroci e sanguinari tiranni», furono invece, fra i sovrani eu-ropei, coloro che per primi avviarono una moderna riforma carceraria e si distinsero fra tutti, dando prova di maggiore sensibilità rispetto agli stessi governanti inglesi, i quali si limitavano ad approvare i progetti dei riformatori, guardandosi bene, tuttavia, dal metterli in atto, con la conseguenza che le loro carceri, malgrado una propaganda mirante a tesserne gli elogi, risultavano le più terribili e disumane di tutta l'Europa.(18) Anticipando le più moderne teorie e realizzazioni carcerarie, i Borbone riuscirono, con questo incredibile esperimento riabilitativo, a reinserire nella società di allora molti detenuti operando un sicuro vantaggio per la collettività e per le pubbliche e private casse.
L’esperienza di Santo Stefano, venuta alla ribalta di recente per l’interessamento diretto dell’UNESCO, dà il definitivo colpo di grazia alle calunnie artatamente costruite dalla storiografia ufficiale sul «feroce regime carcerario borbonico» che, come abbiamo avuto modo di vedere, risul-tava essere invece tra i più organizzati, umani e tolleranti del mondo.(19)


Telese Terme, luglio 2013.

dott. Ubaldo Sterlicchio

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Note

(1) Carlo Alianello, “La conquista del Sud”, Rusconi, Milano, 1982, pag. 109.
(2) Ibidem.
(3) “Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie”, Napoli, 1817.
(4) “Codice per lo Regno delle Due Sicilie”, Napoli, dalla Real Tipografia del Ministero di Stato della Cancelleria generale, 1819.
(5) Doctor J., “Diritto e carceri nelle Due Sicilie”, in http://www.frontemeridionalista.net, 4 gennaio 2011.
(6) “Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie”, Napoli, 1824.
(7) Carlo Alianello, op. cit., pagg. 167-168.
(8) Erminio De Biase, “L’Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie”, Controcorrente, Napoli, 2002, pag. 61.
(9) Angela Pellicciari, “L’altro Risorgimento“, Piemme, Casale Monferrato, 2000, pag. 188.
(10) “Codice per lo Regno delle Due Sicilie”, menzionato nella precedente nota nr. 4.
(11) Gabriella Portatone, “Il sistema penitenziario borbonico nell’ultimo lavoro di Giovanni Tessi-tore”: “L'utopia penitenziale borbonica. Dalle pene corporali a quelle detentive”, Milano, Franco Angeli, 2002.
(12) Alessandro Romano, “Nell’isola di Santo Stefano fu edificata dai Borbone la prima vera strut-tura carceraria della storia”, www.reteduesicilie.it, 13 maggio 2011.
(13) Antonio Nicoletta, “La giustizia dei Borbone”, Siracusa, 5 novembre 2007.
(14) Jeremy Bentham, “Panopticon ovvero la casa d’ispezione”, a cura di Michel Foucault e Michelle Pierrot, Venezia, Marsilio, 1983 [Ed. originale: Panopticon or the inspection-house, London, T. Payne, 1791]; da http://it.wikipedia.org/wiki/Panopticon. L’idea alla base del Panoptikon («che fa vedere tutto») era quella che - grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e ad opportuni accor-gimenti architettonici e tecnologici - un unico guardiano potesse osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento, i quali non dovevano essere in grado di stabilire se fossero guardati o meno, portando alla percezione, da parte dei detenuti, di un'invisibile onniscienza del guardiano, che li avrebbe condotti a mantenere sempre la disciplina come se fossero stati sempre visti. Dopo anni di questo trattamento, secondo Bentham, il retto comportamento «imposto» entrerebbe nella mente dei prigionieri come unico modo di comportarsi possibile, modificando così indelebilmente il loro carattere. Lo stesso filosofo descrisse il panottico come «un nuovo modo per ottenere potere mentale sulla mente, in maniera e quantità mai vista prima». La struttura del panottico è composta da una torre centrale, all'interno della quale deve stazionare l'osservatore, circondata da una costruzione circolare, dove sono disposte le celle dei prigionieri, illuminate dall'esterno e separate da spessi muri, disposte a cerchio, con due finestre per ognuna: l'una rivolta verso l'esterno, per prendere luce, l'altra verso l'interno. I carcerati, sapendo di poter esser osservati tutti insieme in un solo momento dal custode, grazie alla particolare disposizione della prigione, dovrebbero assumere comportamenti disciplinati e mantenere l'ordine in modo quasi automatico. Il regime carcerario del panoptikon prevedeva, inoltre, che ad ogni singolo detenuto fosse assegnato un lavoro; si avviava così il processo di passaggio da una formula carceraria contenutiva ad una formula produttiva. Molte prigioni al giorno d'oggi hanno ripreso qualche spunto dall'idea del panottico e addirittura la strut-tura è stata proposta anche per la costruzione degli ospedali.
(15) Antonio Nicoletta, “La giustizia dei Borbone”, opera citata.
(16) Alessandro Romano, “Nell’isola di Santo Stefano”, opera citata.
(17) Gigi Di Fiore, “Controstoria dell’unità d’Italia. Fatti e misfatti del risorgimento”, Rizzoli, Mi-lano, 2007, pag. 274.
(18) Antonio Nicoletta e Gabriella Portatone, opere citate.
(19) Alessandro Romano, opera citata.

TRATTO DA:
http://www.neoborbonici.it/portal/index.php?option=com_content&task=view&id=4405&Itemid=99

Demani ed usi civici nel Regno delle Due Sicilie

di Ubaldo Sterlicchio
Demani ed usi civici nel Regno delle Due Sicilie 
 
Nel Regno borbonico, le terre pubbliche venivano concesse in uso a chi le lavorava, per il sostentamento della propria famiglia, dietro pagamento al fisco della cosiddetta decima sul raccolto. Esercitando i cosiddetti usi civici e beneficiando dell’istituto dell’enfiteusi, i contadini erano detentori ed usufruttuari dei terreni demaniali, che restavano però sempre di proprietà dello Stato. Ferdinando IV di Borbone, con la Prammatica XXIV De administratione Universitatum del 23 febbraio 1792, nell’intento di farne dei piccoli coltivatori diretti, aveva disposto l’assegnazione ai contadini di appezzamenti di terra nella misura in cui essi potevano coltivarli con la propria opera.
La riforma previde la distribuzione della proprietà fondiaria in favore di un nuovo ceto di piccoli e medi agricoltori e di un ceto di borghesi terrieri, nella prospettiva di favorire lo sviluppo dell’economia dello Stato napoletano. Già in precedenza, da più parti, era stata sollecitata la concessione in enfiteusi delle terre universali o feudali incolte o mal coltivate, sicché con la Prammatica del 1792, Ferdinando IV permise la censuazione di questi terreni e la loro assegnazione in enfiteusi ai contadini. Il re Ferdinando obbligò inoltre i baroni a giustificare il titolo dei loro diritti feudali, creando la Suprema Giunta di Corrispondenza, affinché decidesse al riguardo. Queste disposizioni, tuttavia, non solo scontentarono la nobiltà, che si vide privata di gran parte dei demani, ma delusero anche la borghesia terriera che, nella concessione in enfiteusi, fu posta dietro ai contadini poveri e si vide privata di terre salde per il pascolo del loro bestiame e per il mantenimento degli usi civici.
Dopo la parentesi napoleonica, il 12 dicembre 1816 fu emanata la sopra menzionata Legge sull’Amministrazione Civile, con la quale si ribadì la natura demaniale delle terre civiche, confermando le loro caratteristiche di inalienabilità, inusucapibilità, indisponibilità e l’imprescrittibilità dei diritti delle popolazioni. Si introdusse il principio della obbligatorietà della reintegra amministrativa delle terre usurpate, per cui ogni occupazione abusiva e ogni alienazione illegittima, a qualunque epoca esse risalissero, sarebbero state dichiarate come «improduttive di diritti e di effetti». Agli Intendenti (corrispondenti agli odierni Prefetti italiani) fu attribuito il potere di decidere sulle controversie che sarebbero potute sorgere in merito.
Al riguardo di tale materia, il professor Lorenzo Ratto, nella sua opera Le leggi sugli usi e demani civici,(1) ci ricorda che, mentre il diritto romano aveva confuso sotto il comune appellativo di publica civitatum tanto i beni che il municipio possedeva come privato (e del cui frutto si valeva per perseguire i suoi fini di comune interesse), quanto quelli che possedeva come persona pubblica (destinati all’uso immediato dei suoi componenti), il diritto napoletano operò sapientemente una distinzione, chiamando patrimonium (parola tratta dal diritto privato) la prima categoria di beni e demanium (parola tratta dal diritto medioevale) la seconda. Quest’ultima stava a definire i beni posseduti dal principe ad tuendum dignitatis suae splendorem [allo scopo di garantire il prestigio del suo rango, n.d.r.], per cui, nel linguaggio dei giuristi napoletani, «demaniale» significava terra libera, non infeudata e che il principe poteva ancora infeudare. Alle città baronali, quindi, si contrapponevano quelle demaniali o libere, perché appartenenti direttamente al principe. Infatti, le Prammatiche parlavano di demani nostri, in contrapposizione ai demani baronum. In virtù di tale distinzione, furono detti demani universali quelli la cui proprietà apparteneva al populus ed il cui uso spettava individualmente ad ogni cittadino, tanto da derivarne il principio secondo cui ciascuno «sibi quoque jure privatim locis publicis uti potest»(2) [ognuno, anche per sé a suo diritto, può usare privatamente i luoghi pubblici, n.d.r.]. La locuzione «usi civici» stava pertanto a significare il «poter usare la terra del demanio per poter piantare semenze e coltivarla, per farne pubblico pascolo di greggi, o per far legna nei boschi di proprietà dello Stato».(3) I demani feudali, invece, erano quelli rientranti nella potestà dei baroni, sebbene anche in questi gli abitanti esercitassero usi estesissimi: il feudatario aveva solo i poteri pubblici e il godimento del bene, ma non il dominio, che veniva conservato dal Re. Il signore aveva il potere di concedere alle popolazioni l’uso dei fondi per la sola coltivazione e per i normali bisogni della vita, dietro corrispettivo di una quota dei prodotti (di norma la decima), ma non di imporre oneri reali per i quali occorreva l’autorizzazione del Sovrano. Tuttavia, in tale rapporto di utilità e oneri, spesso il signore commetteva dei soprusi in danno della popolazione, la quale si appellava al Re. Quello degli usi civici era, al contempo, un diritto originario dei cittadini e un diritto della comunità di abitanti, di trarre dal territorio stanziale i prodotti necessari alla sopravvivenza della comunità stessa. I beni venivano utilizzati direttamente in natura e il diritto veniva esercitato in modo promiscuo dall’intera popolazione: il civis agiva per sé e per il gruppo, uti singulus et uti civis. Ciò stava a significare che ogni membro valido della comunità coltivava e raccoglieva i prodotti della terra, in tutte le sue forme, sia per sé, che per i bisogni della collettività e per il sostentamento dei più deboli, in modo solidale. L’accesso a tali prodotti non poteva essere legittimamente negato dal feudatario, perché occorrenti ai bisogni della vita e le Prammatiche erano lo strumento con cui il Monarca tutelava l’integrità del demanio e ne impediva la vendita da parte dei baroni, i quali pretendevano invece di affermarne la natura patrimoniale.
Come si vede, nelle province napoletane e siciliane la proprietà collettiva ricevette un trattamento giuridico preciso e non controverso: la normativa che trattò il sistema feudale riconobbe, come nessun’altra, gli usi civici e i demani comunali – scaturenti per diritto o, comunque, per fatto – come assoluti, inviolabili e imprescrittibili.(4) Il sistema feudale napoletano è ritenuto una gloria storica del diritto italiano, per il suo carattere liberale che lo differenziava di gran lunga da quelli esistenti in altri Paesi. In nessun altro Stato d’Europa vi fu mai un sistema feudale in cui, come nel Napoletano, i diritti dei cittadini fossero, per diritto vigente, ma talora anche in fatto, così assoluti, inviolabili ed imprescrittibili, e dove il giure civile dominasse, con l’aiuto dei più eminenti dottori e giureconsulti, il giure del feudo. La teoria degli usi civici e dei demani comunali sorse nel diritto napoletano al lume dell’equità civile: nel Regno di Napoli, la feudalità, anche nel periodo dei suoi maggiori eccessi, rimase ben lontana dal raggiungere l’esempio dei signorotti francesi e tedeschi. A tale riguardo, non si può prescindere dal ricordare la Prammatica del 20 settembre 1836 di Ferdinando II, dal cui testo emerge chiaramente la caratteristica peculiare del diritto napoletano: la difesa dei più deboli dalle prepotenze e dai soprusi dei più forti.(5) Il re Borbone, nel riconfermare le leggi sul demanio e sugli usi civici, estranee al Piemonte e ad altri Stati dell’epoca, sancì di «doversi presumere usurpato in danno del demanio comunale tutto quel territorio che non si trovasse compreso nel titolo d’infeudazione; di doversi considerare come libera ogni terra posseduta dai privati o dai Comuni, finché non si fosse dal feudatario giustificata una servitù costituita con pubblici istrumenti; di doversi consolidare la proprietà dell’erbe e quella della semina, compensando l’ex feudatario mediante un canone redimibile ove apparisse aver egli riserbato il pascolo in suo favore; di doversi considerare come inamovibili quei coloni che per un decennio avessero coltivare le terre feudali, ecclesiastiche o comunali, e come assoluti proprietari delle terre coloniche sulle quali è loro accordata la pienezza del dominio e della proprietà, senza poter essere mai tenuti a una doppia prestazione».
Lo Stato borbonico, nella gestione del demanio, presentava delle notevoli connotazioni di carattere sociale e, tanto per esemplificare, ricordiamo che ciascun paese aveva delle selve demaniali sulle quali la cittadinanza poteva esercitare i summenzionati usi civici, vale a dire che, nei boschi del demanio, i cittadini potevano esercitare il diritto di pascolo e di legnatico. Poiché si trattava sovente di boschi di querce, il primo diritto stava a significare che i contadini e gli allevatori di animali potevano utilizzare gratuitamente soprattutto le ghiande, frutti questi molto utili per l’allevamento dei maiali, i quali costituivano la fonte quasi esclusiva delle proteine alimentari per le classi meno abbienti; il secondo diritto consentiva di far legna con la quale riscaldarsi e cuocere i cibi. A quest’ultimo riguardo, fatte le debite proporzioni, sarebbe come se oggi lo Stato fornisse gratuitamente le fonti di energia a gran parte della popolazione, tanto che potremmo paragonare tali selve agli odierni pozzi di petrolio.
Amministrare con giustizia ed equità, tutelare i più deboli, governare con grande responsabilità, efficienza e competenza, furono le prerogative essenziali di tutti i re Borbone, che applicarono puntualmente le norme vigenti nel Regno, con onore e dignità, mirando sempre al conseguimento dell’autentico benessere dei popoli delle Due Sicilie.
Purtroppo, tutto finì nel 1860, allorquando calarono i piemontesi, i quali di «demani» e di «usi civici» non sapevano un bel niente, e, mentre il Governo borbonico non si era mai permesso di alienare i beni demaniali, quello sabaudo lo fece sistematicamente per riscuotere liquidità. Dopo l’unificazione, queste selve vennero in massima parte sdemanializzate e vendute all’asta, per essere acquistate dai soliti loschi speculatori.

I baroni prendono possesso delle terre.
All’indomani della conquista del Regno delle Due Sicilie, il Governo di Torino requisì i terreni utilizzati quali «usi civici» dai pastori e dai contadini meridionali e li mise all’asta. Ne approfittarono i baroni, antichi feudatari a suo tempo spossessati dai Borbone, che in breve si appropriarono di immensi territori.
Nella foto, un signorotto liberale, sotto la protezione dei militari piemontesi,
prende possesso della terra strappata ai contadini.

Il Governo italiano lasciò terre e boschi, pascoli e frutteti nelle mani di chi voleva prenderseli, in primis i borghesi liberali, i quali usurparono i demani e spossessarono i contadini, privandoli del diritto di godere quel patrimonio pubblico, un tempo inalienabile. Le terre demaniali usurpate e/od acquistate a prezzi irrisori, da quel momento in poi, andarono ad accrescere i latifondi degli ex feudatari, i quali ne divennero a pieno titolo proprietari. La medesima sorte toccò anche ai beni della cosiddetta «manomorta ecclesiastica», che furono confiscati dallo Stato e venduti all’asta. Infatti, sull’esempio francese (in chiave apertamente anticlericale) e per tentare di arginare la grave crisi finanziaria causata soprattutto dalle spese sostenute per la terza guerra d’indipendenza, anche nell’ex Regno delle Due Sicilie, il regime sabaudo soppresse monasteri e conventi.
Con le leggi eversive dell’Asse ecclesiastico (in specie il regio decreto n. 3036 del 7 luglio 1866, in esecuzione della legge n. 2987 del 28 giugno 1866, e la legge n. 3848 del 15 agosto 1867), lo Stato unitario soppresse tutti gli Ordini e le Corporazioni religiose della Chiesa, liquidandone i relativi patrimoni. pure in questo caso non furono i contadini (i quali non si trovavano nelle condizioni finanziarie per poter accedere alle vendite e che, anzi, ne furono esclusi poiché era previsto che «i beni nazionali» fossero venduti «esclusivamente»
ai creditori dello Stato, in cambio della restituzione dei titoli del «debito pubblico») ad acquistare le terre espropriate, bensì sempre la locale borghesia liberale; infatti, questa costituì, in ciascun paese, una sorta di «comitato d’affari», i cui membri, previo accordo fra loro, si resero aggiudicatari dei beni appartenuti alla Chiesa.
L’incameramento dei beni operato nel 1866/1867 non fu tuttavia isolato: lo Stato aveva già cominciato ad incidere sull’assetto della proprietà, nel 1861, con la cosiddetta quotizzazione dei demani comunali e, nel 1862, con una legge di alienazione del demanio dello Stato, culminando nel 1866 e 1867 con le leggi eversive innanzi menzionate. Complessivamente, nel Regno d’Italia, furono immessi sul mercato e ceduti a prezzi stracciati alla grande borghesia terriera oltre 3 milioni di ettari (2,5 soltanto nel Sud), con modalità che sono state criticate dagli storici e dai giuristi: si ottenne, in tal modo, l’effetto di far concentrare le nuove proprietà nelle mani di pochi privilegiati: i vecchi nobili, gli appartenenti alla borghesia degli affari e gli alti funzionari dello Stato. In particolare, nelle zone rurali il processo di eversione dalla feudalità stava lentamente sostituendo al vecchio feudatario il proprietario unico, mentre contadini più fortunati, un tempo conduttori dei terreni da loro stessi coltivati, divennero braccianti. Pochi privilegiati, dunque, riuscirono ad accaparrarsi le terre demaniali ed i possedimenti ecclesiastici, aggravando in maniera rilevante le condizioni delle plebi contadine (costituenti il 90% della popolazione meridionale), «che videro recintate le nuove proprietà e soppressi gli usi civici, vale a dire tutti i secolari diritti d’uso (c.d. immemoriale), quali far pascolare le pecore, il raccogliere legna o erba (diritti di pascolo, legnatico, erbatico)», come ebbe a puntualizzare A. Desideri. Erano le premesse per la formazione di una grande e nuova manomorta: il neonato Regno d’Italia si era subito preoccupato (anche per far fronte ad esigenze di bilancio) di liquidare le terre espropriate alla Chiesa (il cosiddetto Asse ecclesiastico), ma non riuscì a ridistribuire ai contadini meridionali una qualche proprietà fondiaria, che al contrario continuò ad accumularsi nelle mani della solita borghesia agraria, la quale, assunto il completo controllo delle amministrazioni locali, provvide ad accaparrarsi anche ciò che restava del demanio e delle terre comunali. La feudalità era stata soppressa, ma solo sulla carta: la struttura sociale era ancora largamente e profondamente feudale, persistendo sotto forma di latifondo (manomorta).
Questo nuovo assetto sociale creò una situazione difficile, che impose ben presto un deciso potenziamento del controllo poliziesco nei confronti della massa di ex contadini che si aggirava per le campagne. Nel 1878, dopo appena un decennio dall’attuazione delle leggi di eversione, Pasquale Villari scriveva nelle sue Lettere meridionali che era necessario «sollevare le classi inferiori, che in alcune province d’Italia stanno in una condizione vergognosa per un popolo civile», sottolineando come questo fosse ormai «divenuto un dovere supremo nell’interesse dei ricchi e dei poveri», per evitare di «veder sorgere pericoli a cui nessuno pensa… Dobbiamo pensarci noi prima che ci pensino le moltitudini».(6)
6 Cfr.
Fu, questo, uno dei più potenti inneschi, che al Sud fecero deflagrare le violente insorgenze anti-piemontesi, definite dai conquistatori, in maniera riduttiva e fuorviante, come «fenomeno di brigantaggio», mentre si trattò di una vasta rivolta di natura politico-sociale, che interessò l’intero territorio dell’ex Regno delle Due Sicilie e vide quali protagonisti soprattutto i contadini. Nacque così la cosiddetta Questione Meridionale, tuttora irrisolta, della quale, prima dell’unità d’Italia, non v’era traccia alcuna.

Telese Terme, aprile 2017.(7)

Ubaldo Sterlicchio

TRATTO DA:
http://www.altaterradilavoro.com/demani-ed-usi-civici-nel-regno-delle-due-sicilie/

sabato 6 gennaio 2018

"Segreto Novecento" di Gian Paolo Pucciarelli recensione di Maurizio Barozzi

Gian Paolo Pucciarelli
"Segreto Novecento"
Edizioni Capire (2014)
 
 
Un libro non solo importantissimo, ma una ricerca determinante per decodificare la nostra storia recente. Un opera unica di grande valore, di cui abbiamo avuto spesso qualche accenno nei video YouTube di G. P. Pucciarelli e G. Vitali.
   
Dalla presentazione dell’autore:

Mi sono ripromesso di raccogliere in questo libro alcune osservazioni riguardanti le fasi di sviluppo della società occidentale, nel periodo compreso tra i primi anni del Ventesimo Secolo e il secondo dopoguerra. Prima fra tutte, quella che mi ha permesso di rilevare il persistente contrasto fra il presunto trionfo del liberalismo democratico e le "regole" dell’economia di mercato.
Ho cercato di non ancorarmi al criterio riduttivo, adottato da Eric Hobsbawm nel suo "Il Secolo Breve", pretendendo un excursus analitico che va oltre i limiti temporali, precisati dallo storico inglese: il 1914 e il 1991, e segnala tre date altrettanto fondamentali: il 1910, l’anno in cui a Jeckill Island è ideato e perfezionato il piano di attuazione del "Federal Reserve System"; il 1913, alla fine del quale il Congresso degli Stati Uniti vota a favore del Vreeland-Aldrich act e il Presidente Thomas Woodrow Wilson lo approva; e il 1905, l’anno del primo tentativo rivoluzionario bolscevico, sostenuto dalla Casta Finanziaria di Wall Street, che poco prima ha finanziato generosamente il Giappone, affinchè la sconfitta della Russia nella guerra russo-giapponese del 1904-1905, agevoli l’instaurazione del governo comunista nella terra dello Zar.
Le svolte cruciali del "Novecento" avvengono, sì nel 1914, l’anno in cui il "Potere" che domina a Washington decide di far deflagrare una guerra totale che dovrà diffondere ovunque il sistema usurocratico per assumere il controllo dell’economia mondiale e sottoporre al proprio arbitrio la politica monetaria di ogni nazione; ma la fase determinante del piano finanziario messo in atto a Wall Street si colloca nel 1919, allorché la conferenza di pace di Parigi stabilisce lo schema geopolitico più congeniale all’affermazione su scala planetaria del sistema economico liberista angloamericano, che trova i suoi efficaci strumenti nella Federal Reserve Bank di New York e nella City Londinese.
È il 1917 tuttavia, l’anno in cui si registrano il successo della rivoluzione bolscevica e la prestazione della garanzia britannica per la costituzione dello Stato ebraico in Palestina. Il termine "Usurocrazia", coniato da Ezra Pound, indica  il sistema che trova tuttora concreta applicazione nella gestione monetaria, affidata a banche private, per la creazione della cosiddetta "moneta-debito". Questo sistema, operante dal dicembre del 1913 negli Stati Uniti è presto dilagato in tutto il mondo occidentale, grazie alla connivenza con una leadership politica, che obbliga lo Stato a emettere certificati di credito del Tesoro, ogniqualvolta la Banca Centrale decide di emettere un equivalente ammontare di moneta, e a consentirne la negoziazione sui mercati finanziari internazionali (Wall Street in particolare) nell’esclusivo interesse dei Grandi Investitori (Banche e Gruppi finanziari) dando luogo a fenomeni come la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite. L’inesausto propulsore di questo sistema è il debito pubblico,che non è affatto "scritturale", come sostengono i cultori della teoria monetaria moderna, ma concreto e, spesso insostenibile.
Come opporsi a questo sistema della Casta Finanziaria Usuraia? La risposta non è semplice, visti i precedenti. Ci provò Benito Mussolini, nella seconda metà degli Anni Venti, presentando la Carta del Lavoro e le linee essenziali dello Stato Corporativo, ispirato ai principi della Carta del Carnaro, enunciati da D’Annunzio e De Ambris nel 1920, dopo l’impresa di Fiume.
Ci provò Adolf Hitler nel 1933 e nel 1939, varando la legge che nazionalizzava il capitale della Banca Centrale tedesca.
Entrambi i tentativi ebbero scarsa fortuna, come è noto.
Il liberalismo fa grandi promesse in politica, anche se spesso tollera le dittature compiacenti, mentre riesce sempre più difficile dimostrare se un logoro rivestimento democratico sia ancora sufficiente a nascondere l’ormai secolare tirannia che, in nome della libertà, si esercita nel campo economico.
Liberazione fu il pretesto per scatenare una guerra totale, il cui vero fine era: eliminare due indisciplinati Capi di Stato che non vollero adeguarsi al "sistema".

G. P. P.      
       
 
      
 
Il libro può essere richiesto direttamente all'Autore:


Gian Paolo Pucciarelli:
"Segreto Novecento", un testo fondamentale
 
Se consideriamo la Storia da una prospettiva "metastorica" non possiamo che rilevare come i conflitti , le guerre, siano una costante immutabile dell'archetipo umano: ci sono sempre stati e ci saranno sempre, perché accompagnano l'uomo e tanto più le Nazioni nella loro esistenza. In questo senso, cercare le cause e i motivi, diciamo "materiali", che hanno scatenato i conflitti e le carneficine, potrebbe diventare un impresa superflua, ma tuttavia necessaria se si vuol capire, non solo come sono andati certi fatti, ma soprattutto cosa ci si potrebbe aspettare per il futuro.
Ed allora dal piano metastorico bisogna scendere su un piano più profano, quello che muove la natura umana dietro lo stretto interesse materiale. Sono questi due aspetti inscindibili, spirituale e materiale, civiltà e rapporti economici, che hanno sempre accompagnato la vita dei popoli.
Roma ingaggia con Cartagine una lotta senza quartiere, fino al definitivo annientamento di uno dei due contendenti. E non può essere diversamente, perché è uno scontro di civiltà, di "razze", laddove due concezioni della vita e del mondo, sono tra loro antitetiche e non possono coesistere: una delle due deve soccombere.
Ma a contendersi il campo sono pur sempre "uomini" e quindi non indifferenti sono anche gli aspetti materiali, i traffici commerciali, l'egemonia mercantile che ciascuno vuole detenere ed imporre all'altro. Civiltà, spirito e materia, aspetti complementari come complementare è la vita nel cosmo. Questo a dimostrazione di come sia profondamente errata in partenza, o comunque carente, la presunzione degli storici marxisti, che leggono e interpretano la Storia solo attraverso le trasformazioni economiche dei mezzi di produzione e degli aspetti commerciali.
Comunque sia, scendendo sul piano "materiale", troviamo che le cause che portano ad un conflitto, in particolare ai conflitti che coinvolgono più Nazioni, sono molteplici e tutte ruotano nella atavica gestione del potere.
Con l'evolversi dei tempi, specialmente dopo la rivoluzione industriale, i motivi dello scatenamento dei confitti si sono sempre più condensati nei fattori economici, laddove difendere o accaparrarsi le materie prime e gli indispensabili spazi geografici, sono divenuti ancor più determinanti, rispetto al passato, per la vita delle Nazioni stesse.
Ma accanto allo sviluppo economico, dei mezzi industriali e di trasporto, ecc., e in parte anche a causa di questo, mano a mano che la "spada" e il "trono" perdevano prestigio e potere a vantaggio dell'influenza e della importanza del denaro e del suo possesso, accadeva che gli aspetti finanziari, sempre più controllati da un ristretto pool di "grandi famiglie", di fatto cosmopolite, nel senso che la loro residenza geografica mutava a secondo del mutare del centro dei traffici commerciali e finanziari, assumevano un ruolo determinate.
La Banca e il suo ruolo trans e over nazionale, le sue immense possibilità di finanziare gli Stati e i governanti, la sua egemonia sulla emissione monetaria da parte delle banche centrali, il suo controllo, se non la proprietà, dei mezzi di informazione, in grado di influenzare l'opinione pubblica e quindi ricattare o controllare i "politici", ha finito per diventare il vero arbitro delle situazioni storiche e l'agente primario che muove, che finisce per dettare, o comunque influenzare, la politica degli Stati.
E il potere, sempre più influente, esercitato da questo pool di Grandi Famiglie dell'Alta finanza, i banksters, veri e propri gangsters, che hanno sempre avuto al loro vertice l'impero finanziario dei Rothschild, non è solo un fattore finanziario, economico e sociale, ma si concretizza in una volontà di potenza, incredibilmente perpetuatasi per secoli: lo dimostrano le strategie di dominio mondiale, le prospettive della costituzione di una Repubblica Universale globalizzata a cui queste Famiglie tendono. E non solo loro.
Per una non casuale coincidenza, tre "Forze", tra loro non estranee anzi sodali e non casualmente di natura cosmopolita, ognuna nel suo ambito, tendono a questo dominio mondiale. Tre ataviche Forze, quali la Massoneria, l'ebraismo internazionale (con il suo strumento di punta: il Word Jewish Congress) ed appunto i Banksters. Ma stiamo andando troppo avanti, fuori tema.
Di fronte a questa realtà oggettiva ed evidente della Storia umana, si resta, invece, esterrefatti nel constatare come emeriti professori di Storia, attenti ricercatori, soprattutto di estrazione marxista, non hanno riscontrato, come era d'uopo riscontrare, che è proprio la Banca,ovvero tutto il circuito dell'Alta finanza, quella che, da quasi tre secoli, dietro le quinte muove le fila degli avvenimenti storici. L'Alta finanza, infatti, inanellando successo dietro successo alle sue strategie, accumulando ricchezze e potere, è andata ad assumere un ruolo sempre più preponderante a partire dalla rivoluzione americana in avanti e soprattutto nei due ultimi secoli, un ruolo preponderante di pari passo con la crescente importanza che hanno assunto i beni materiali, i mezzi tecnici dell'industria, quelli militari e quelli di comunicazione e trasporto, ed ovviamente il denaro per acquisirli.
Certo i cambiamenti dei mezzi di produzione, l'accentrarsi dei capitali privati, la nascita delle multinazionali,tutti fenomeni già studiati e previsti da Marx, hanno avuto il loro importante ruolo nelle vicende storiche degli ultimi secoli, condizionando il dominio dei mercati, la ricerca di nuovi spazi commerciali, determinando contrasti, ma accanto a questi fenomeni economici, in silenzio, dietro queste forme di capitalismo "classico", è l'Alta finanza, che muove le fila del processo storico, che finanzia, ricatta, distrugge,acquista, prende possesso di ciò che lei stessa, la finanza, ovviamente non ha creato: l'Impresa, che al massimo ha solo finanziato.
E mentre il capitalismo, l'imprenditore, ha bisogno della banca che gli finanzi la ricerca e l'avvio industriale, la finanza non ha bisogno di nulla, è un qualcosa che sta lì,trasversalmente e sopra tutto, la cui residenza geografica è relativa, e tutto finisce per fagocitare.
Gli bastano poche pedine per manovrare in suo favore: la possibilità di finanziare, quindi di "comprare", corrompere, ricattare e imporre decisioni e la possibilità di influenzare l'opinione pubblica, dominando l'informazione, nascondendosi dietro le quinte.
E così, come avviene verso la fine dell'800, la gente comune, gli stessi politicanti che fanno le Leggi, vedono nelle lotte e nelle grandi campagne contro i monopoli, i cartelli quello che i grandi giornali di proprietà, diretta o indiretta, dell'Alta finanza, gli fanno credere: sacrosante lotte in difesa del potere di acquisto dei beni, contro l'accentramento e il dominio dei mercati e a sostegno di giuste rivendicazioni salariali. Ma nessuno si accorge che quelle lotte, quelle Leggi, a prescindere delle loro giuste motivazioni, sono fatte apposta per mettere in crisi il mondo della imprenditoria, il sia pur rapace capitalismo privato, che ha appunto creato le imprese e messo in piedi le fabbriche. I banksters che soffiano sul fuoco e finanziano trasversalmente le lotte, non sono di certo interessati al bene comune e ai diritti dei lavoratori, ma solo a mettere in crisi il capitalismo privato, per controllarlo finanziariamente, se non per fagocitarlo.
E così va a finire, come oggi giorno siamo andati a finire: al capitalista privato, all'imprenditore che aveva creato la sua azienda e in qualche modo era legato allo stesso mondo del lavoro che pur, da buon pescecane, sfruttava, si è passati ad una invisibile proprietà finanziaria, fatta di numeri, azioni e cedole per la quale i lavoratori sono solo numeri. Insomma dalla padella nella brace: lo sfruttamento, le ingiustizie non si sono eliminate, anzi si sono moltiplicate e ogni speranza di riscatto e soluzione è stata liquidata.
Quello che avviene per le Imprese, più o meno avviene per gli Stati, dove attraverso i finanziamenti, chiamati "aiuti" e il controllo delle emissioni monetarie, le nazioni hanno finito per diventare carne di porco per le strategie finanziarie. E che strategie! Perché per di espandere il potere della finanza, per realizzare i progetti mondialisti e di dominio planetario, queste strategie finanziarie hanno determinato, senza alcuno scrupolo, sanguinose rivoluzioni e immani tragedie belliche.
Come accennavamo perà, gli storici sono restii, se non alieni, a considerare questi aspetti storici che si svolono per lo più dietro le quinte, ma di certo non sono del tutto segreti: essi preferiscono spendere libri su libri, per ricostruire i rapporti diplomatici, i contrasti politici internazionali, le reciproche interferenze economiche che portano ad uno stato bellico, insomma per loro, in sostanza, la seconda guerra mondiale scoppia per Danzica e per certe volontà dittatoriali e guerrafondaie.
Ma negli ultimi anni le cose stanno cambiando, sempre più autori storici hanno recuperato e ricostruito fattti ed eventi che erano sfuggiti o non erano stati presi in considerazione o meglio ancora, erano stati occultati.
Tra questi ricercatori storici, alquanto carenti nel nostro paese, si inserisce Gian Paolo Pucciarelli con un opera che, per la sua organicità e completezza, possiamo dire unica nel suo genere.
Il libro di Gian Paolo Pucciarelli: "Segreto Novecento" Ed. Capire Roma 2014, infatti, ricostruendo tutte le segrete vicende che si sono svolte dietro le quinte della storia del novecento, rappresenta un testo fondamentale, soprattutto per la carenza di analoghe ricerche nel nostro paese (l'autore infatti ha dovuto soprattutto tradurre opere straniere), atte a comprendere la storia contemporanea. Una Storia che non è, non può essere, lineare: buoni e cattivi da una parte e dall'altra, dittatori e rivoluzionari, idealisti e approfittatori, perché l'intervento, dietro le quinte, del potere finanziario che disegna le sue strategie e detta i tempi e i modi che sfociano in guerre e rivoluzioni, mischia le carte, sconvolge le apparenze, fa si che niente sia più realmente bianco, rosso o nero.
L'autore ci svela e ci mostra come i Banksters, oramai costituitisi in capitale monopolistico, già alle soglie del secolo scorso, avendo il loro interessi per lo più incentrati nell'area geografica anglo americana, sull'asse City di Londra e Wall Street di New York, muovono le loro pedine per boicottare, distruggere ogni altra realtà geopolitica che possa nuocere al loro potere.
Nell'era moderna, i termini del contendere e dell'operare, ovviamente, si concentrano nel possesso o nel controllo delle materie prime, tra cui spicca il petrolio che, scoperto nella metà dell'ottocento, sta sempre più soppiantando le altre energie indispensabili alla produzione e ai trasporti.Il possesso delle aree petrolifere diviene quindi prioritario e indispensabile, portando in breve tempo, dopo una fase concorrenziale, ad un accordo di spartizione globale delle aree mediorientali, dove le ricerche indicano la presenza di enormi giacimenti, tra la Standard Oil di Rockfeller e la APOC britannica.
Per difendere ed estendere questa ingerenza, l'Alta finanza che da prestatrice di denaro, di acquisizione in acquisizione, si è trasformata in capitale monopolistico finanziario, non ha alcun scrupolo a scatenare guerre immani, rivoluzioni, tragedie di interi popoli, se questo gli consente la liquidazione di Stati, realtà geopolitiche ed economiche che potrebbero essergli di intralcio o fargli concorrenza.
L'esempio più eclatante, ci mostra l'autore, è quello della Russia degli Zar, un società ancora arretrata, ma il cui territorio, pregno di materie prime e di petrolio, potrebbe consentirgli un imponente sviluppo economico, tale da elevarla a pericolosa concorrente dei trust, del capitale monopolista anglo americano in mano ai bansters, soli dominatori dei mercati a cui impongono merci e prezzi e quindi deve essere spazzata via.
La stessa prospettiva della rivoluzione bolscevica, che di fatto, sposterà le necessità geopolitiche ed economiche della Russia comunista, in senso non concorrente a quello del grande capitale monopolistico, è per l'Alta finanza utile alle sue strategie di dominio euro asiatico ed anchea farne una testa di ponte per una futura distruzione della Germania e per il controllo del continente europeo (non a caso, come indica l'autore, nell'economia sovietica, la destinazione maggioritaria e prioritaria del bilancio dello Stato, erano finalizzate proprio al settore degli armamenti).
Ed ecco allora che si attivano, dalle banche americane, tutti i canali di finanziamento verso Lenin, Trotskij e i bolscevichi, i cui sconvolgimenti socio politici, sono vantaggiosi per queste strategie.
L'autore poi espone i veri interessi che sono dietro la Grande Guerra;la scomoda e concorrenziale posizione della Germania del Kaiser, per il capitale monopolistico anglo americano, soprattutto nel settore del petrolio mediorientale; gli infami stravolgimenti dettati a Versailles da statisti e diplomazie controllate dalla massoneria e dalla finanza.
In questo gran daffare, in questi traffici, prima e dopo la guerra mondiale, viene creata la Federal Reserve (1910-1913) che non solo prende in mano tutta la finanza statunitense, ma crea un sistema, il Federal Bank System, che verrà imposto a tutte le banca centrali del pianeta. Non indifferenti sono poi la creazione di quegli organismi ed Istituti, come il Council on Foreign Relationsche, affiancandosi al Royal Institute of International Affairs britannico, che completa l'asse anglo americano sui due oceani, agendo trasversalmente e al di sopra degli Stati,dettano le politiche nazionali, preparano e selezionano le personalità, i politici e i tecnici, che dovranno "guidare" le singole nazioni. A questi Istituti si aggiungeranno, con la seconda guerra, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, a completare il controllo planetario da parte dell'Alta finanza.
Non indifferente è poi il progetto, che si rende fattibile con la distruzione dell'Impero Ottomano, e l'intervento americano in guerra del '17, della creazione dello Stato di Israele con la finalità di avere un presidio a difesa delle aree mediorientali pregne di petrolio.
La liquidazione degli Zar e degli Imperi Centrali, avviene dietro una grande carneficina, rivoluzionaria (rivoluzione bolscevica) e bellica (Prima guerra mondiale, sapientemente gestita e finanziata dalle nascenti "powerèlites": capitalismo finanziario monipolista e massoneria, che dopo aver finanziato gli opposti arsenali militari delle nazioni e delle dinastie (i cui beni, come quelli dello Zar, sono affidati in pegno alle banche dei Rothschild a Londra), li avviano verso la inevitabile deflagrazione bellica a cui quegli arsenali erano finalizzati.
L'autore poi ci mostrerà il volto di queste powerèlites, descrivendone i loro uomini, l'articolazione della banche dei Rothschild con le loro succursali in mezzo mondo, i suoi fiduciari e i gruppi finanziari petroliferi.
Sono le Powerèlites,dietro le indicazioni delle stesse organizzazioni ebraiche che esaspereranno l'antisemitismo in Germania, come già avevano fatto ai tempi dei sanguinosi pogrom in Russia, al fine di spingere i numerosi ebrei tedeschi ad emigrare in Palestina per dare corpo e sostegno al nascente stato ebraico. Il terrore sparso in Russi, agli inizi del secolo scorso, doveva invece essere necessario per spingere numerosi ebrei ad emigrare in America a patto che, qui giunti ed immediatamente sistemati, avessero sostenuto il candidato democratico Wilson, marionetta in mano alla finanza, per farlo eleggere.
In questa prospettiva, lobby ebraiche e lobby finanziarie, non sono aliene perfino a sostenere finanziariamente Hitler e il NDSP, sostegno a cuisono anche interessati alcuni grandi monopoli del petrolio (Standard Oil del New Jersey), dell'industria (Ford) e della chimica (IG Farben), laddove il business non guarda in faccia nessuno. Ecco, ancora una volta, messo in luce l'oscuro lato degli avvenimenti storici che non sono mai perfettamente chiari e lineari come possono apparire in superficie.
Di estremo interesse la ricostruzione dell'autore sulla grande speculazione borsistica del '29; lo strangolamento della Germania di Weimar e i piani di ricostruzione sostenuti dalla interessata finanza americana, tutto rientrante in un ben preciso progetto di dominio finanziario; l'avvento al potere negli USA dell'uomo di Wall Street: Roosevelt;i successivi tentativi tedeschi della Germania nazionalsocialista per arginare le intermediazioni bancarie e imporre il sistema degli scambi internazionali con il baratto (materie prime in cambio di prodotti finiti e tecnologicamente di pregio); l'attacco tedesco alla Russia del 1941 che oggi ben sappiamo è stato un disperato anticipo di un analogo attacco sovietico, da tempo predisposto e in fase avanzatissima, che venne preceduto di un paio di settimane. Stalin conosceva benissimo i piani di attacco tedeschi, anzi, dal Giappone la spia Sorge gli aveva fatto avere persino i tempi di questo attacco, ma il pur diffidente georgiano, in parte deviato dallo "strano" viaggio di Hess in Inghilterra che poteva ragionevolmente far sospettare un accodo antisovietico tra tedeschi e inglesi e il non risolvibile problema di non poter attaccare subito i tedeschi prima di aver completato lo schieramento offensivo, né di punto in bianco, poter riportare le forze armate sovietiche su posizioni difensive, costrinsero Stalin a tergiversare, a far finta di nulla, sperando di avere almeno un paio di settimane di tempo, prima di essere attaccato e poter così precedere i tedeschi come da tempo aveva predisposto.
Per completare l'opera l'autore ci svela il Corporate banking e il suo piano di dominio mondiale, spaziando su una infinità di argomenti e di nascoste trame, non esclusi i perversi meccanismi del famigerato "debito pubblico", regalino del Federal System Bank, imposto alle Nazioni..
Ma si badi bene: nonostante il sottotitolo del libro di Pucciarelli: "L'inconfessabile storia del Potere dal XX Secolo al Terzo millennio", le tesi dell'autore non sono complottiste, non avanzano ipotesi più o meno astruse o viceversa ragionevoli ma "oscure", perché l'autore espone i fatti, li mette in relazione, quindi fa osservare le conseguenze che ne sono derivate e cita, a dimostrazione, tutte le necessarie documentazioni.
L'opera di Pucciarelli merita comunque una precisazione, perché se proprio dobbiamo avanzare un critica, possiamo rilevarla nel fatto che l'autore, oltre a mostrarci le sue ricerche, analisi e deduzioni, avrebbe anche dovuto spendere qualche parola in per inquadrare il tutto in una necessaria visione della Storia, per non prestare il fianco a facili equivoci laddove, per esempio, pur non essendo questa l'intenzione dell'autore, leggendo così la Storia, potrebbe anche apparire come se Hitler e Mussolini non furono nient'altro che pedine dell'Alta finanza, quando le cose non stanno propriamente così.
Certamente l'autore riporta anche il fatto che, per esempio, i banksters, dopo aver favorito l'ascesa di Hitler al potere per i loro scopi ed avergli anche consentito lo sviluppo della Germania, a patto che rimanesse dipendente dal petrolio, che non aveva, contrariamente ai loro desideri, in Germania si venne a determina una gravissima anomalia nel funzionamento dei meccanismi finanziari che consentivano alla èlite dei banchieri internazionali di controllare l'intera economia mondiale. Hitler, infatti, volle instaurare un certo quadro economico e monetario che smontava l'accumulo interno del debito pubblico, mirava a ridurre ed azzerare la presenza del capitale privato nella banca centrale tedesca ed anzi mostrava la volontà di volerla nazionalizzare, come poi in effetti avvenne nel giugno del 1939. Se a questo si aggiunge il già citato sistema del "baratto", con il conseguente taglio delle intermediazioni bancarie negli scambi internazionali, si comprende come la Germania nazionalsocialista era divenuto un pericolo assoluto per i banksters. E lo stesso, sia pure on metodi meno drastici, stava avvenendo nell'Italia fascista. La guerra mondiale, per spazzare via questo "pericolo" di incalcolabile portata, era oramai inevitabile.
Tutto questo, l'autore, en passant, lo espone e lo ricorda qua e là, ma sarebbe forse stato necessario che lo indicasse in un apposito capitolo che riconduceva tutta la sua opera ad una visione organica della Storia.
Prendiamo un altro esempio, quello su quanto riportato dall'autore circa i finanziamenti inglesi che vennero elargiti a Mussolini, dalla prima guerra mondiale, quale agitatore poltico e direttore del Popolo d'Italia, fino ai primi anni venti quale Ducedel fascismo e capo del governo. Più o meno è la tessa circostanza che si può riscontrare per il NSDAP di Adolf Hitler, quando l'autore ci mostra come a questi due fenomeni politici e al successo dei loro leader, non erano anche estranei gli interessi e l'opera delle powerèlite finaziarie.
Detto così, senza un appropriato commento, potrebbe sembrare che il fascismo e il nazionalsocialismo siano state due creature delle strategie mondialiste dell'Alta finanza, proprio come in buona parte lo fu la rivoluzione bolscevica del 1917, quando poi, come già accennato, l'evolversi delle situazioni storiche ci mostrano che mentre il bolscevismo e lo stalinismo, furono effettivamente funzionali, prima, durante e dopo la loro esistenza, ai progetti dei banksters, viceversa il fascismo, e il nazionalsocialismo, con la edificazione di una loro forma di Stato nazional-popolare, dove prevalevano gli aspetti etici e politici, rispetto a quelli economici e finanziari, sono stati i due soli veri e grandi oppositori del mondo finanziario e forse le uniche due forse che, concretamente, cercarono di scardinare il Federal Bank System e le consuetudini usurocratiche e commerciali del sistema bancario internazionale, tendendo anche a sostituire l'importanza dell'ora con quella della "forza lavoro". Insomma nazionalsocialismo e fascismo batterono le campane a morte per il potere dell'Alta finanza. La seconda guerra mondiale né è la prova storica.
Purtuttavia, ha ragione l'autore, questi "aiuti", questi finanziamenti, a Hitler e Mussolini ci sono pur stati e quindi occorre anche spiegarli e inquadrarli in un contesto storico.
Si da il caso, infatti, che quando nella storia, nelle cronache quotidiane di vita, si presentano movimenti o personalità di un certo spessore, che intraprendono un determinato percorso politico, o accendono iniziative più o meno rivoluzionarie, subito ci sono gli immancabili "poteri forti" che cercano di sostenere per utilizzare, sfruttare e incanalare nei propri fini queste nuove situazioni.
È questa una Legge storica inevitabile, una costante che scaturisce dal fatto che il "nuovo", intanto non nasce mai a caso ed inoltre va ad innestarsi, ad incidere, sul preesistente. E nel quadro preesistente c'è sempre un potere o un insieme di poteri che dominano su tutto e hanno interesse a utilizzare per i propri scopiuomini, idee e forze che presentano un certo interesse, al fine di difendere e incrementare il loro potere..
La realtà della natura umana mostra che chi ha le leve di potere che contano, cerca sempre di piegare ai suoi fini le novità storiche, se non addirittura a crearle in"laboratorio".
L'Alta Finanza, quel capitale monopolistico a carattere finanziario che tanto bene Pucciarelli ci ha descritto, non fa eccezione, anzi è l'espressione massima di un "controllo dietro le quinte", essendo una realtà di potere che agisce con discrezione, utilizzando per lo più l'arma del denaro a cui gli esseri umani sono sensibili e che, a partire dalla seconda meta dell'800, fino a tutt'oggi, è quella che impera, che conta, che detiene il controllo della geopolitica internazionale.
Anzi l'Alta finanza, a differenza di altre forme di potere di un tempo, siano esse il Trono o l'Altare, per sua natura, è consona finanziare sempre i due lati del contendere, siano essi partiti in lotta con il potere costituito, o Stati in guerra tra loro. Sostenere, finanziare, corrompere, a prescindere di cosa rappresenta chi si sta sostenendo, è un metodo infallibile che consente a chi è sopra gli scontri e le diatribe, di guadagnarci sempre e di controllarne, in qualche modo, gli sviluppi. Tranne il fatto che, qualche volta, come nel caso di Hitler e Mussolini, azzardano troppo e sbagliano i conti.
Ma torniamo a Mussolini e al fascismo. È perfettamente vero quanto riporta l'autore: i britannici finanziarono Mussolini nei primi anni della sua avventura politica e continuarono a farlo anche dopo nei suoi primi anni di capo del governo.
Gli inglesi, infatti, già dal 1914, dalla nascita del Popolo d'Italia, non potevano non sostenere una iniziativa politica, portata avanti da un uomo di indubbie capacità, che mirava all'interventismo, essendo i britannici oltremodo interessati all'entrata in guerra dell'Italia al loro fianco. Ma non si trattava solo di strategie pro belliche, di carattere "diplomatico"; nel grande disegno che doveva portare alla conflagrazione mondiale, c'erano anche gli accennati interessi delle "powerèlites" finanziarie, e della massoneria.
Non a caso i finanziamenti a Mussolini passarono attraverso le massoniche mani di quel Filippo Naldi, gran faccendiere e già direttore del Resto del Carlino. En passant facciamo rilevare come il Naldi, andato in disgrazia dopo il delitto Matteotti, fuoriuscito all'estero, lo ritroviamo nel 1943 nel governo badogliano sotto l'egida degli Alleati a dimostrazione di come Fascismo, massoneria e Alta Finanza, nonostante certi connubi del passato,erano tra loro nemici irriducibili.
Successivamente i finanziamenti si consolidarono, attorno al 1917 quando si temeva, dopo Caporetto, il crollo del fronte interno nel nostro paese. Chi meglio di Mussolini poteva, in quel delicato e tragico frangente, sostenere l'impegno bellico della nazione e contrastare le correnti disfattiste?E sembra infatti che dovette intervenire anche l'MI5 britannico, l'Intelligence, per elargire finanziamenti a Mussolini e alla sua attività giornalistica.
A guerra conclusa poi, un certo sostegno a Mussolini e il fascismo rientrava invece in una strategia dei britannici, in "prospettiva" e di più ampio respiro. Intanto gli inglesi erano interessati, per motivi opposti a quelli che invece non li vedevano troppo ostili in Russia al bolscevismo, a che venisse contrastato in Italia, il velleitario tentativo bolscevico del 1919-'20. In un secondo momento poi, sempre ai britannici, faceva comodo che in Italia si consolidasse un regime forte, autoritario, in grado di dominare la situazione interna e assurgere così ad un indiretto compito di "guardiano" del mediterraneo, un mare che gli inglesi, per ragioni geopolitiche, consideravano di loro assoluta necessità e possesso, soprattutto da quando, nella seconda metà del secolo precedente, era stato aperto il canale di Suez.
Come si vede quindi, le strategie britanniche e l'attività politica di Mussolini, il regime autoritario che si andava ad instaurare nel nostro paese, si venivano a trovare su uno stesso piano di interessi e questo non poteva che portare ad un "incontro", al fatto che gli inglesi puntassero proprio su Mussoliniper la gestione del potere in Italia (la Legge storica da noi precedentemente richiamata). Gli apprezzamenti verso il regime fascista, espressi da Churchill, il suo viaggio in Italia e l'ospitalità che ebbero alcuni sui articoli sul Popolo d'Italia di Mussolini, non furono di certo causali.
Ma sbagliarono i loro conti: Mussolini infatti, prese,come è ovvio, là dove poteva prendere, come fanno tutti i rivoluzionari, consapevoli che le iniziative politiche, i giornali e ancor più le rivoluzioni si fanno anche con la disponibilità dei mezzi economici, ma andò dritto per la sua strada.
Il fatto è che gli intenti, le prospettive politiche di Mussolini per il nostro paese non erano quelle che pensavano gli inglesi,anzi erano diametralmente opposte, perché opposti e irriducibili erano gli interessi geopolitici in campo tra le due nazioni.
Le collusioni quindi, tra il fascismo e gli inglesi ebbero il loro punto di massimo sviluppo quando Mussolini, giudicando preminente la realizzazione dell'Impero con lo spazio in Africa orientale, si accordò sottobanco con i britannici affinchè gli lasciassero il "passi" in Africa ed in cambio rinunciò ai nostri interessi petroliferi che il neonato Agip avrebbe potuto sviluppare in Irak. Da quel momento in poi, però, le due strade andarono verso obiettivi separati, salvo il fatto che Mussolini essendo alle prese con una geopolitica peninsulare e insulare, senza avere i mezzi economici e militari per sostenerla, si dovette sempre barcamenare per mantenere in Europa un balance of power, uno stato di equilibrio in cui non prevalessero nettamente né i britannici, né la nascente potenza germanica, e neppure che questi due colossi si mettessero d'accordo tra di loro, su prospettive di dominio globali.
Era quello l'unico modo e da Stresa, fino a Monaco, Mussolini lo perseguì caparbiamente, per consentire al nostro paese di sopravvivere, vaso di coccio tra vasi di ferro, e al contempo crescere. La irriducibile volontà delle grandi democrazie, che avevano in prospettiva obiettivi mondialisti, di scatenare a tutti i costi un conflittomondiale, lo travolse inesorabilmente.
In quel contesto storico il posto dell'Italia, l'unico ruolo che gli restava disponibile, era quello che la destinava comunque ad essere una junior partner, e questo poteva avvenire solo con la Germania perché le divergenze geopolitiche con i britannici erano nette e insanabili. Mussolini, che aveva sempre messo al primo posto gli interessi nazionali, non potè che incamminarsi su quella pericolosa e purtroppo perdente strada.
Ecco, abbiamo voluto integrare noi, con queste poche note, il quadro complessivo dell'epoca, descritta da Pucciarelli, la quale letta integralmente pur sotto intende la stessa cosa, per far meglio osservare che non può di certo parlarsi di Mussolini come una "creatura" della politica britannica, perché le cose non stanno in questo modo e la realtà storica è sempre molto più complessa di quanto appaia in superficie. 

Maurizio Barozzi