venerdì 14 luglio 2017

La lettera di Palmiro Togliatti a Vincenzo Bianco


Caro direttore,

Nel 1992, qualche anno dopo l’apertura degli Archivi di Mosca, lo storico Franco Andreucci, scopre una lettera scritta da Palmiro Togliatti (alias "Ercoli") il 15 febbraio 1943 a Vincenzo Bianco (allora funzionario del Komintern).

Nella lettera, suddivisa in vari capitoli, Togliatti risponde alle varie questioni politiche sollevate dal Bianco. Al terzo capitolo (vedi pagine 7, 8 e 9) della lettera, dove Bianco evidentemente chiedeva a Togliatti di fare qualcosa per i tanti prigionieri italiani nei Gulag russi, la risposta di Togliatti è agghiacciante: 
"…L’altra questione sulla quale sono in disaccordo con te, è quella del trattamento dei prigionieri. Non sono per niente feroce, come tu sai. Sono umanitario quanto te, o quanto può esserlo una dama della Croce Rossa. La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso la Unione Sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero dei prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi e ti spiego il perché. Non c’è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantista del fascismo. Non nella stessa misura che il popolo tedesco, ma in misura considerevole. Il veleno è penetrato tra i contadini, tra gli operai, non parliamo della piccola borghesia e degli intellettuali, è penetrato nel popolo, insomma. Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti. Quanto più largamente penetrerà nel popola la convinzione che aggressione contro altri paesi significa rovina e morte per il proprio, significa rovina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto meglio sarà per l’avvenire d’Italia…".

Roberto

TRATTO DA:
http://www.varesenews.it/lettera/la-lettera-di-palmiro-togliatti-a-vincenzo-bianco/

lunedì 10 luglio 2017

EquaCoin: la nuova generazione delle monete virtuali di Marco Saba


1) Negli ultimi anni, dal 2014, abbiamo assistito a dei fatti notevoli: varie banche centrali, per la prima volta dopo SECOLI, hanno cominciato a dire la verità. La maggior parte della moneta è creata dalle banche prestandola, un’altra parte viene creata quando le banche, centrali e non, comprano immobili, mobili, o pagano dipendenti e fornitori. La Banca d’Italia ha confessato, tra gennaio e maggio di quest’anno, che le banche creano moneta, creano depositi e non pagano le tasse perché “occorrerebbe una tassa apposta…”. In realtà le banche non pagano tasse sulla creazione di denaro poiché questa moneta scritturale viene creata fuori bilancio e per di più allocata sulla base di scelte arbitrarie spesso discutibili.

2) Sempre in questi anni, le banche sono state accusate di manipolare i mercati, le materie prime, i tassi interbancari, e chi più ne ha più ne metta. Nessun banchiere è andato in prigione, se si esclude l’Islanda e, in Italia, l’ex patron di Carige, Berneschi. Ma lo scandalo della contabilità bancaria tenuta come se la banca fosse un intermediario, invece che una fabbrica di moneta, è ancora lontano da fare le prime pagine. Le sanzioni per lo più, quando arrivano, sono pecuniarie: pagate dalle banche con quello stesso denaro creato fuori bilancio ! Una barzelletta. E intanto i manager delle banche, la governance, riceve i bonus a pioggia – senza “malus”.

3) Al di fuori di questo sistema in cui la politica, la magistratura, gli accademici e i media fanno da compari (ignari?), si sta sviluppando il nuovo mondo delle criptovalute che oggi capitalizzano 100 miliardi di dollari. Il BitCoin ha rappresentato la fase 1.0, seguita da Ethereum che, con i contratti-astuti (smart contracts) inventati da un programmatore di 24 anni che si era stufato dei giochi online, rappresenta la fase corrente, la 2.0.

4) Le criptovalute sono servite, se non altro, a definire meglio per contrasto che cos’è il denaro elettronico che abbiamo nei depositi bancari. Il sistema attuale di creazione di queste monete digitali è abbastanza primitivo e pretende di dare valore al mezzo di scambio attraverso concetti medioevali come la scarsità programmata ed i costi di “conio” (il consumo di risorse energetiche e di hardware). Il BitCoin avrebbe valore perché è difficile crearlo e la sua quantità è predeterminata dall’inizio (limitata a 21 milioni di BitCoin). Queste due caratteristiche comuni anche alle criptovalute successive rappresentano il limite intellettuale del sistema. Di contro, però, ci sono delle innovazioni molto interessanti: il blockchain, che rappresenta la traccia della catena di titolarità di ogni BitCoin dalla sua nascita fino alla posizione attuale, e la caratteristica dei registri distribuiti per cui ogni utente si porta dietro il registro di tutte le transazioni effettuate, che oggi pesa circa 100 MB. Ma anche queste innovazioni però sono inficiate dall’anonimato, da una parte, e dai tempi di elaborazione e validazione di ogni singola transazione che può superare i 15-30 minuti. Di questi limiti teorici già ne parlavo con il compianto prof. Gianni Degli Antoni nel 2008 in occasione della discussione di una tesi di cui ero suo correlatore. Una nuova valuta dovrebbe riassumere i vantaggi dei due sistemi precedenti – quello bancario e quello delle criptovalute – e correggerne i difetti.

5) Nasce così l’idea di EquaCoin, la terza generazione della moneta elettronica, che riassume i progressi fatti fino ad oggi: non è centralizzata, non è anonima, lascia una traccia catastale nominativa, è una commodity dichiarata contabilmente alla creazione, viene creata attraverso un processo di votazione democratica diretta da parte degli utilizzatori (una testa un voto), realizza la democrazia liquida ed i mezzi per attuarla, non ha costi di transazione e gestione per i partecipanti, non prevede né interessi né prestiti perché viene appunto creata on demand. La gestione tecnologica di EquaCoin è trasparente, economica, open source e verificabile facilmente da chiunque. L’idea di fondo è che la natura della moneta che una comunità usa – o è costretta ad usare – ha un effetto riflessivo sul comportamento stesso della società. E viceversa. Se una moneta corrotta mantiene corrotta la società, una moneta onesta dovrebbe avere un effetto emendatore a livello sociale. Se una società è corrotta, promuoverà un sistema monetario corrotto. Quest’ultima frase è talmente vera che si sono fatte e si fanno numerose guerre proprio per obbligare altre nazioni ad adottare il sistema gerarchico bancario corrotto che abbiamo oggi. L’EquaCoin, di contro, non è una moneta obbligatoria ma verrà scelta autonomamente da chi vorrà dare il suo centesimo per adottare un sistema alternativo equitativo che stabilizza la società distribuendone ad ogni membro il potere di farla evolvere. EquaCoin è la prima moneta evolutiva che contiene in sé il seme del cambiamento scelto democraticamente. La globalizzazione della democrazia per scelta e per convenienza individuale. Un nuovo sistema di pagamento e di finanziamento di iniziative che saranno proposte e votate direttamente dalla comunità, disintermediando il più possibile le fatiscenti organizzazioni crepuscolari che ci stanno portando al caos totale. Un sistema auto-ordinato dove è la parte che fa il tutto e non un qualcuno che decide chi ne fa parte. Una conventio ad includendum invece che ad excludendum come fino a oggi è stato il fine dell’organizzazione piramidale della società. Una internet dell’economia realizzata attraverso la progettazione intelligente del mezzo di scambio che plasmerà i rapporti sociali. La moneta filosofale sarà EquaCoin, la moneta all-inclusive che compete-senza-competere con le nuove monete digitali delle banche centrali (che verranno lanciate – oramai si sa – nel 2018). Una specie di piattaforma Rousseau evoluta che contiene in sé il potere esecutivo di finanziare le proposte votate creando automaticamente le risorse monetarie necessarie per attuarle – by-design.

6) Conclusione. EquaCoin rappresenta una scommessa autoverificante in cui partecipando si determina il successo stesso dell’iniziativa. Con un cambio iniziale uno a uno con l’Euro, basterà possedere una EquaCoin per avere il potere di votare e proporre le iniziative da votare, previa identificazione. Il valore del mezzo di scambio è dato dalla completa trasparenza e distribuzione del potere tra i partecipanti. Il sistema di sicurezza implicito permette la segregazione dei wallet fin da subito: anche in caso di attacco nucleare, i server ridondanti connessi in cloud permetteranno di mantenere intatto e salvo il network degli utenti e del loro wallet. Tutti i dettagli tecnici dell’operazione verranno rilasciati in occasione della prossima ICO (Initial Coin Offering).

Marco Saba

TRATTO DA:
https://scenarieconomici.it/equacoin-la-nuova-generazione-delle-monete-virtuali-di-marco-saba/

venerdì 7 luglio 2017

Le sinistre colonialiste dell’Italia repubblicana

italia-ritorna-in-somalia
Se l’Etiopia tornò all’imperatore Hailé Selassié subito dopo la cacciata degli italiani nel 1941, ben diverso e più incerto sembrava, nell’immediato dopoguerra, il destino delle altre colonie del nostro Paese, ovvero Somalia, Eritrea e Libia.
Decisa a non perdere i domini d’oltremare, sia per tutelare gli interessi dei propri coloni, sia per scongiurare il rischio di vedere quelle zone affidate alla Gran Bretagna, l’Italia democratica avviò così un’incessante azione diplomatica, già a patire dal 1943.
I primi passi in tal senso furono la creazione dell’Amministrazione coloniale del Sud (prima a Salerno, poi a Bari e infine a Roma una volta ritiratisi i tedeschi) e in seguito la ricostituzione del Ministero dell’Africa italiana, nel 1945, dopodiché Roma chiese in modo formale ed esplicito sia alla Conferenza di pace di Potsdam (1945) che a quella dei Ventuno (1946) il riottenimento delle colonie. Vista tuttavia sfumare questa possibilità per l’intransigenza alleata, l’Italia, dopo aver firmato a Parigi tramite il suo plenipotenziario Meli Lupi di Soragna l’atto formale di rinuncia all’Impero, ripiegò allora sulla richiesta di un’amministrazione fiduciaria, contando sulla mancata definizione dei destini di Somalia, Eritrea e Libia nei trattati di pace.
Entrambe le istanze erano state formalizzate tramite memorandum nei quali si sottolineava, da un lato, come la permanenza italiana nel Continente Nero sarebbe stata garanzia di stabilità per quei territori e per la stessa Europa 1, mentre dall’altro si poneva l’accento sulle opere costruite dal nostro Paese nei vecchi domini 2.
Sarà interessante notare come anche il PCI e il PSI fossero favorevoli al mantenimento della presenza italiana in Africa e l’utilizzo, da parte della DC come dei socialisti e dei comunisti, di un registro concettuale comunicativo a riguardo non dissimile da quello del Fascismo.
Se ad esempio per il democristiano Domenico Lattanza il popolo italiano aveva “acquistato pieno titolo per il ritorno in quei territori attraverso una lunga opera di civilizzazione”, il ministro Brusasca, sempre democristiano, ricordava come il governo avesse inviato alla commissione d’inchiesta dell’ ONU “tutto il materiale occorrente per la dimostrazione della nostra opera d civiltà”. Sempre dal fronte democristiano, il deputato nonché docente di diritto costituzionale e poi giudice costituzionale Gaspare Ambrosini parlava di “opere veramente grandi” dell’Italia nelle colonie, non soltanto nella “trasformazione e valorizzazione del territorio ma anche nella “elevazione della personalità umana degli indigeni” nel “campo del diritto pubblico, per quanto si attiene agli affari religiosi, alle amministrazioni locali e dell’amministrazione della giustizia”.
Gli faceva eco il collega di partito Vittorio Menghi, che ricordava con queste parole i coloni italiani: “gente tenacemente laboriosa, capace e onesta cui si è sempre associato con fraternità quel elemento indigeno che, se non artificiosamente frastornato, ha costantemente invocato il ritorno dell’Italia”.
pietro-nenniCome anticipato, è però l’atteggiamento di socialisti e comunisti, in palese rottura con i dettami del marxismo leninismo e dell’internazionalismo proletario, a destare maggiore curiosità. Per Nenni, infatti, “l’opera di civilizzazione da loro compiuta (dai coloni italiani, ndr) al lato o ai margini degli orrori delle guerre coloniali, pone o ripropone il diritto della nostra permanenza in Africa”, mentre il comunista Giuseppe Berti auspicava l’aiuto sovietico in sede ONU “per la difesa degli interessi italiani”, e rilanciava : “spetta al governo dire dateci le colonie in amministrazione fiduciaria”.
Il contributo non vuole certamente forzare con temerarietà ingenua i limiti dei quella contestualizzazione che è imperativo di ogni analisi storiografica che guardi al metodo scientifico, dunque non si potrà che riconoscere, nei passaggi citati e nelle azioni dell’establishment del tempo, la giusta e comprensibile volontà di tutelare gli interessi vitali di una fetta dei cittadini italiani e, quindi, del Paese.
È comunque utile mettere in luce un aspetto poco noto del dopoguerra, ossia la sopravvivenza, anche in epoca repubblicana, di un’architettura concettuale, ideologica e politica che si voleva superata ma in realtà ben evidente anche in quella sinistra che solamente più tardi avrebbe maturato una più genuina coscienza terzomondista. L’imperialismo, con tutto il suo carico politico e culturale non era, in buona sostanza, prerogativa del solo Ventennio o dell’Italia monarchica.

di © Davide Simone – Tutti i diritti riservati
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NOTE
1 – Si paventava l’idea di una reazione violenta e incontrollabiledelle destre nazionaliste, qualora l’Italia fosse stata spogliata delle colonie
2 – Roma faceva leva anche sul tema dei soldi spesi e investiti per queste opere

TRATTO DA:
https://italiacoloniale.wordpress.com/2017/07/07/le-sinistre-colonialiste-dellitalia-repubblicana/

mercoledì 28 giugno 2017

Comunicato MFL in merito allo scioglimento della commissione elettorale di Salò


lunedì 26 giugno 2017

In merito allo scioglimento della commissione elettorale di Salò, successiva alla elezione di nostri tre consiglieri comunali a Mura (Brescia), pubblichiamo il comunicato della Nostra Segreteria Nazionale.

Preg.mi Dottori Pasquariello, Longhi e Monni, mi scuso per l'invio di questa comunicazione, ma non essendo riuscito a trovare un indirizzo mail riferibile al Sig. Preftto, Dott. Vardè, ho deciso di scrivere a Voi, suoi stretti collaboratori, nella speranza che possiate inoltrargli la presente.

Inizio con il presentarmi: sono il Dott. Carlo Gariglio, Segretario Nazionale del Movimento Fascismo e Libertà - Partito Socialista Nazionale (MFL-PSN). Ho deciso di scriverLe dopo avere visionato la notizia della scioglimento della Sottocommissione elettorale di Salò, "rea", a dire dei giornali (ed evidentemente anche del Dott. Vardè), di avere ammesso la nostra lista alle elezioni di Mura (BS), ove abbiamo eletto 3 consiglieri comunali, ottenendo circa il 12% dei consensi.
Ora, non parlo per il povero parlamentare PD Lacquaniti, che non perde occasione per lanciare grida di giubilo e per vantare una certa frequentazione del Sig. Prefetto, nonchè per sfruttare lo spazio concessogli da giornalisti asserviti (che regolarmente cestinano le nostre repliche) al fine di minacciarci, diffamarci e addirittura paragonarci al terrorismo neofascista degli anni passati (per questo ed altri reati verrà a breve denunciato, anche se correrà a nascondersi dietro la sua immunità parlamentare); ma da alti funzionari dello Stato come Voi, con titoli di studio ed esperienza in questioni ministeriali, mi sarei aspettato una maggiore cautela ed una maggiore aderenza ai fatti.
Il nostro movimento, fondato da Giorgio Pisanò nel lontano 1991, da ben 26 anni fa attività politica ed elettorale (dove può) senza essere mai incorso in alcuna condanna, nonostante le ormai centinaia di denunce presentate dai tanti piccoli Lacquaniti, nipotini di Stalin, dalla sua fondazione ad oggi; la Magistratura penale ha più e più volte riconosciuto la nostra totale estraneità a qualsiasi reato riconducibile alla XII Disposizione Transitoria della Costituzione ed alla Legge attuativa cosiddetta "Scelba". Gli stessi Tribunali penali hanno riconosciuto del tutto legittima l'esposizione dei nostri simboli (un Fascio Repubblicano rosso che nulla ha a che fare con il Fascio littorio simbolo del disciolto PNF), nonchè della dicitura abbreviativa che lo accompagna, ovvero "Fascismo e Libertà". Sul nostro sito chiunque può visionare le varie Sentenze e/o Decreti di Archiviazione emessi nel corso di questi 26 anni (http://fascismoeliberta.info/legalita-del-m-f-l-p-s-n/).
Ora, il sottoscritto non è né un alto funzionario ministeriale, né un parlamentare lautamente stipendiato, ma pur da umile cittadino arriva a comprendere un'evidenza: se un movimento politico è legale, e sono legali la sua denominazione ed il suo simbolo, impedirgli di prendere parte alle competizioni elettorali, o obbligarlo a farlo con altri simboli, rappresenta un chiaro reato di abuso di potere in vero stile stalinista (Lacquaniti sarà felicissimo), nonchè una vergognosa limitazione dei diritti politici (art. 294 PC) e costituzionali di noi cittadini facenti parte del MFL-PSN. Questo è un fatto.
Oggi apprendiamo che, mentre non si puniscono mai i vari magistrati del TAR e del CdS, o i Vice Prefetti presidenti di Commissioni elettorali che da decenni ci boicottano illecitamente, si puniscono i funzionari della Sottocommissione di Salò per avere applicato la Legge, ovvero per avere ammesso una lista di un movimento legale, avente come logo un simbolo che lo stesso CdS, nel lontano 1994, ritenne del tutto legittimo!
Allego alla presente quella Sentenza, emessa da quelli che ancora si comportavano da Magistrati, e non da stipendiati del PD, pronti a stravolgere le Leggi e ad abusare del proprio potere, tentando di sostituirsi alla Magistratura Penale. Da essa mi permetto di estrarne un paio di punti significativi:
"(...) La Sezione sottolinea, innanzi tutto, che il quesito non riguarda gli aspetti penali e in particolare il punto se le linee statutarie e programmatiche del Movimento integrino o meno la fattispecie della ricostituzione del partito fascista, o quella di manifestazioni fasciste, ipotesi entrambe contemplate dalla legge del 1952. Dal punto di vista penale, invero, non vi è che da prendere atto delle pronunce intervenute nella sede competente; (...) E questa è anche l’opinione di questo Collegio. Il fascio, usato nell’antica Roma come insegna dei magistrati elettivi dotati di potere di comando (imperium), ha assunto nel tempo il valore di simbolo della forma repubblicana dello Stato - e in particolare di una repubblica non oligarchica né aristocratica, ma retta dalla volontà popolare espressa mediante libere elezioni. Così è stato adottato dalla Rivoluzione francese, ed è tuttora l’emblema ufficioso di quella Repubblica; ed è stato adottato anche dalla Repubblica romana dei Giuseppe Mazzini, e anche da qualche altro Stato (es.: il cantone elvetico di San Gallo). È vero che di questo emblema si è appropriato anche il partito mussoliniano, dapprima solo con riferimento ad una ispirazione genericamente rivoluzionaria, poi con l’intenzione - tanto insistitamente declamata, quanto arbitraria e ingiustificata nei fatti - di accreditare il regime mussoliniano come l’erede e il continuatore della Roma repubblicana ed imperiale. Ed è anche vero che all’occhio dell’osservatore italiano l’emblema del fascio non può non richiamare alla memoria, primariamente, proprio il regime fascista. Ma non si può dire che quel simbolo, in sé e per se, abbia un significato unico ed univoco - e forse si dovrebbe anche distinguere a seconda delle varie elaborazioni grafiche, diversificate dalla forma della scure e dalla sua posizione rispetto alle verghe: solo alcune versioni, infatti possono dirsi tipicamente fasciste. In conclusione, l’emblema del fascio romano, disgiunto dalla parola "fascismo", si può considerare ammissibile, ai fini contemplati dal quesito del Ministero dell’interno".
Ora, pur considerando un abuso ai nostri danni anche questa Sentenza, in quanto ci vieta la dicitura "Fascismo e Libertà" che la Magistratura Penale ci ha invece autorizzato, mi piacerebbe, capire quali violazioni ravvisi il Sig. Prefetto nella presentazione di un logo largamente riconosciuto legittimo dal CdS ed usato nel mondo e nel corso della Storia per rappresentare Stati retti da istituzioni repubblicane e democratici (a quanto citato nella suddetta Sentenza, mi permetto di aggiungere la Repubblica dell'Ecuador ed il Camerun, come Stati che tuttora adottano un Fascio Repubblicano come simbolo), nonchè disgiunto dalla parola "Fascismo", esattamente come richiesto dalla Sentenza del 1994.
Fra l'altro, mi permetto di ricordare che nel corso degli anni allo stesso Ministero dell'Interno sono giunte decine di interpellanze parlamentari da parte di "onorevoli" nipotini di Stalin (Lacquaniti, povero lui, è anche in questo caso in ritardo di una ventina d'anni!) contro il nostro movimento, le quali hanno avuto praticamente la stessa risposta, ovvero: "Non spetta al Ministero dell'Interno decidere della legittimità di un movimento politico, ma alla Magistratura Penale, che si è più volte pronunciata a favore del MFL".
Quindi, dal momento che i fatti che espongo dovrebbero essere ben noti ad alti funzionari dello Stato facenti capo al Ministero dell'interno, torno a chiedermi il senso di certe decisioni del Sig. Prefetto e dei suoi colloqui con il Lacquaniti; non vorrei che si trattasse di un chiaro messaggio ai funzionari della Prefettura, per invitarli a non applicare la Legge in occasioni di future elezioni, aggiungendo abusi ad abusi contro il MFL-PSN.
Chiudo questo mio lungo messaggio allegandovi una sostanziosa documentazione inerente alcune delle nostre passate partecipazioni a competizioni elettorali, che fin dal 1993 ci videro in campo, con l'elezione nel corso degli anni di numerosi consiglieri comunali. Come potrà verificare il Sig. Prefetto, nonostante in molti casi le autorità abbiano abusato dei loro poteri per farci eliminare la parola "Fascismo" (ed al volte anche la sola sigla MFL!), quello che ha caratterizzato sempre le nostre liste è il logo del Fascio della Repubblica Romana di Mazzini, ovvero quello che oggi il Sig. Prefetto ha ritenuto illecito, tanto da sciogliere la Sottocommissione di Salò.
Conscio del fatto che con ogni probabilità nessun alto funzionario perderà il suo tempo prezioso per rispondere al sottoscritto, colgo comunque l'occasione per porgere i miei più distinti saluti al Sig. Prefetto ed ai collaboratori a cui invio la presente.
-- 
Dott. Carlo Gariglio - Segr. Naz. MFL-PSN
www.fascismoeliberta.info
www.lavvocatodeldiavolo.biz

TRATTO DA:

http://chessaandrea.blogspot.it/2017/06/comunicato-mfl-in-merito-allo.html

mercoledì 21 giugno 2017

Illuminati: documento secretato sulla manipolazione dei popoli





(QUESTO DOCUMENTO FU TRASCRITTO E TENUTO SECRETATO DAI DETENTORI DEL GOVERNO OCCULTO (CHIAMATI ILLUMINATI).
 LA VERIDICITÀ DI QUANTO LEGGERETE SARA A VOSTRA DISCREZIONE, TUTTAVIA LE COSE CHE SONO SCRITTE SONO IN FASE DI REALIZZAZIONE E LE POTETE OSSERVARE NELLA REALTA).

* Un’illusione che sarà, cosi vasta da sfuggire alla loro percezione. Coloro che la vedranno, saranno percepiti come folli.
* Noi creeremo fronti separati per impedire loro di vedere la connessione con noi.
* Ci comporteremo come se non fossimo collegati al mantenimento dell’illusione. Il nostro obbiettivo sarà raggiunto una goccia alla volta così da non fare cadere mai il sospetto su di noi. Questo impedirà loro di vedere i cambiamenti cosi come si verificano.

* Noi staremo sempre sopra al campo relativo della loro esperienza conoscendo i segreti dell’assoluto.
* Noi lavoreremo sempre insieme e saremo legati dal sangue e dalla segretezza. La morte arriverà su chi parla.
* Manterremo la durata della loro vita breve e le loro menti deboli, con la scusa di fare l’opposto.
* Noi useremo la nostra conoscenza della scienza e della tecnologia in modi sottili cosicchè loro mai vedranno cosa stia succedendo.
* Useremo teneri metalli, acceleratori di invecchiamento e sedativi nel cibo e nell’acqua, ed anche nell’aria.
* Saranno ricoperti di veleni, ovunque essi si gireranno.
* I metalli teneri causeranno loro la perdita delle loro menti. Prometteremo di trovare una cura dai nostri molti fronti, ma gli faremo mangiare ancora più veleno.
* I veleni saranno assorbiti attraverso la loro pelle e bocche, distruggeranno le loro menti e i sistemi riproduttivi.
* Da tutto questo, i loro bambini nasceranno morti, e noi nasconderemo questa informazione.
* I veleni saranno nascosti in ogni cosa che li circonda, in quello che bevono, mangiano, respirano e indossano.
* Dobbiamo essere geniali nel dispensare i veleni perché loro guardino altrove.
* Insegneremo loro che i veleni sono buoni, con immagini divertenti e toni musicali.
* Coloro che mirano ad aiutare Noi li arruoleremo a spingere i nostri veleni.
* Vedranno i nostri prodotti essere usati nei film, si abitueranno ad essi e non conosceranno mai il loro vero effetto.
* Quando partoriranno inietteremo veleni nel sangue dei loro bambini e li convinceremo che è per il loro aiuto.
* Inizieremo presto, quando le loro menti sono giovani, ci rivolgeremo ai loro figli con ciò che i loro figli amano di più, le cose dolci.
* Quando i loro denti carieranno, li riempiremo con metalli che uccideranno le loro menti e porteranno via il loro futuro.
* Quando la loro capacità di comprensione sarà danneggiata, creeremo medicine che renderanno loro ancora più malati e causeranno danni per i quali noi creeremo ancora più medicine.
* Renderemo loro docili e deboli di fronte a noi attraverso la nostra potenza.
* Diventeranno depressi, lenti ed obesi, e quando verranno da noi per chiedere aiuto, daremo loro ancora più veleno.
* Focalizzeremo la loro attenzione verso il danaro e i beni materiali in modo che non si connettano mai con il loro io interiore. Distrarremo loro con la fornicazione, coi piaceri esterni e con i giochi, così che essi non potranno mai essere un tutt’uno con l’unità del tutto.
* Le loro menti ci apparterranno e faranno ciò che noi diremo. Se rifiutano noi troveremo modi per implementare la tecnologia di alterazione mentale nelle loro vite. Useremo la paura come nostra arma.
* Stabiliremo i loro governi e stabiliremo le opposizioni al loro interno. Possederemo entrambi le fazioni.
* Nasconderemo sempre il nostro obiettivo ma porteremo a termine il nostro piano.
* Eseguiranno il lavoro per noi e noi prospereremo dalla loro fatica.
* Le nostre famiglie mai si mescoleranno con le loro. Il nostro sangue dovrà essere sempre puro, poiché questa è la via.
* Faremo si che si uccidano a vicenda quanto questo ci fa comodo.
* Li terremo disuniti attraverso il dogma e la religione.
* Controlleremo tutti gli aspetti delle loro vite e diremo loro cosa pensare e come.
* Li guideremo gentilmente e delicatamente lasciando credere loro che siano loro stessi alla guida.
* Fomenteremo animosità tra di loro attraverso le nostre fazioni.
* Quando una luce splenderà tra di loro, noi la estingueremo con il ridicolizzarla, o con la morte, a seconda di cosa sia meglio per noi.
* Faremo loro reciprocamente strappare i cuori di ognuno e uccideranno i loro stessi figli.
* Otterremo questo usando l’odio come nostro alleato, la rabbia come nostra amica.
* Faranno il bagno nel loro sangue e uccideranno i loro vicini per tutto il tempo noi lo riteniamo necessario.
* Beneficeremo grandemente da tutto questo, perché non ci vedranno, non possono vederci.
* Continueremo a prosperare dalle loro guerre e dalle loro morti.
* Dobbiamo ripetere questo più e più volte fino a che il nostro obiettivo finale sarà ultimato.
* Continueremo a farli vivere nella paura e nella rabbia attraverso immagini e suoni.
* Useremo tutti gli strumenti che abbiamo per adempiere a ciò.
* Gli strumenti saranno forniti attraverso il loro lavoro.
* Noi faremo loro odiare sé stessi ed i loro vicini.
* Noi nasconderemo loro la verità divina, che siamo tutti uno. Questo non devono mai saperlo!
* Non devono mai sapere che il colore è un’illusione, devono sempre pensare che sono diversi.
* Goccia dopo goccia, goccia dopo goccia avanzeremo verso il nostro obiettivo.
* Prenderemo sopra la loro terra le risorse e la ricchezza per esercitare il controllo totale su di loro.
* Li inganneremo nel farli accettare leggi che ruberanno loro quel poco di libertà che hanno.
* Creeremo un sistema del danaro che imprigiona loro per sempre, tenendo loro e i propri figli nel debito.
* Quando si dovranno escludere a vicenda, li accuseremo di crimini e presenteremo una storia diversa al mondo poichè possediamo tutti i media.
* Useremo i nostri media per controllare il flusso di informazioni e i loro sentimenti in nostro favore.
* Quando si alzeranno contro di noi, li schiacceremo come insetti, poiché sono meno di questi.
* Saranno impotenti a fare qualsiasi cosa, poiché non avranno armi.
* Recluteremo alcuni di loro per realizzare i nostri piani, prometteremo loro la vita eterna, ma la vita eterna non l’avranno mai, poiché loro non sono dei nostri.
* Le reclute saranno chiamate “iniziati” e saranno indottrinati a credere a falsi riti di passaggio verso livelli più elevati. I membri di questi gruppi penseranno di essere uno con noi senza mai conoscere la verità. Non devono mai conoscere la verità poiché si rivolteranno contro di noi.
* Per il loro lavoro saranno premiati con beni materiali e grandi titoli, ma mai diventeranno immortali congiungendosi a noi, mai riceveranno la luce e viaggeranno tra le stelle.
* Non raggiungeranno mai i più alti livelli, poiché l’uccisione dei propri simili impedirà il passaggio al regno dell’illuminazione. Questo non dovranno mai saperlo.
* La verità sarà nascosta cosi vicina alle loro facce che non saranno in grado di focalizzarsi su di essa fino a quando sarà troppo tardi.
* Oh Sì, cosi grande sarà l’illusione della libertà, che non sapranno mai che sono nostri schiavi.
* Quando tutto è al suo posto, la realtà che avremo creato per loro li possederà. Questa realtà sarà la loro prigione. Vivranno in una auto-illusione.
* Quando il nostro obiettivo sarà raggiunto, inizierà una nuova era di dominazione.
* Le loro menti saranno vincolate delle loro convinzioni, le convinzioni che abbiamo stabilito da tempo immemorabile.
* Ma semmai dovessero sapere che ci sono eguali, noi periremo. QUESTO NON DEVONO MAI SAPERLO.
* Se mai dovessero scoprire che insieme ci possono vincere, si metterebbero in azione.
* Non dovranno mai scoprire cosa abbiamo fatto, poiché se lo facessero, non avremmo nessun posto dove andare, poiché sarà facile vedere chi siamo una volta che il velo è caduto. Le nostre azioni porteranno alla luce chi siamo, e ci cacceranno e nessuna persona ci darà riparo.
* Questo è il patto segreto attraverso il quale vivremo il resto del nostra presente e delle future vite, poiché questa realtà trascenderà molte generazioni e la durata della vita.
* Questo patto è scritto nel sangue, il nostro sangue. Noi, quelli che dal cielo alla terra siamo venuti.
* Questo patto non DEVE MAI, MAI essere conosciuto di esistere. Non deve MAI, MAI essere scritto o parlato poiché se questo avviene, la coscienza che provvede a creare rilascerà la furia del CREATORE PRIMO su di noi e saremo gettati negli abissi da dove veniamo e rimarremo la fino alla fine del tempo stesso infinito.
FONTE: EC PLANET

martedì 6 giugno 2017

Napoli nel “periodo africano”


Napoli nel “periodo africano”

La vita economia di Napoli nel Ventennio resta poco analizzata. Proviamo ad introdurre degli elementi di studio sicuri di riscuotere la curiosità del lettore.


Nell’aprile del 1959 al Teatro di Corte del Palazzo Reale di Napoli si tenne il primo convegno dell’Istituto Nazionale di Studi Politici ed Economici dedicato al tema “I problemi del Mezzogiorno continentale ed insulare nell’Italia d’oggi”. Riportiamo alcuni passi della relazione sulla “Funzione di Napoli nell’economia italiana” dell’avv. Giovanni Roberti (Napoli 1909 – Napoli 2010), internato nel Campo di concentramento di Hereford in Texas, sindacalista CISNAL, poi deputato per il M.S.I., ritiratosi dalla politica nel 1979. Di queste riflessioni politiche e geopolitiche, riteniamo interessante il contenuto documentativo su Napoli nel Ventennio, tema spesso ignorato o non sufficientemente discusso.
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[…] Roma ha la sua funzione di capitale dello Stato e di capitale del consumo; Milano è la capitale dell’industria; Torino anch’essa ha rinunziato dopo il ’60 ad essere capitale di un regno, ma ha saputo trovare la sua nuova funzione nell’economia generale dello Stato attraverso lo sviluppo portentoso dello studio e dell’industria meccanica; Venezia, già penosamente decaduta nel secolo XIX, va coraggiosamente creandosi una sua nuova funzione attraverso il meraviglioso richiamo artistico e turistico, strumentato dalla Biennale e dal Festival Cinematografico, da un lato, e con i nuovi poderosi impianti industriali di Porto Marghera dall’altro; e lo stesso dicasi per altri particolari motivi, di Genova, Bologna, Firenze. Nello stesso Mezzogiorno, Bari ha, con notevole intraprendenza, trovato una sua funzione nella espansione mercantile e culturale verso i paesi dell’altra sponda adriatica e di qui vero il Levante continentale; Palermo stessa, attraverso l’istituto della Regione, va faticosamente ma decisamente enucleando la propria funzione.
Napoli no! Ed è l’unica grande città d’Europa rimasta in questa posizione puramente negativa.
Cessata infatti nel 1860 la sua funzione giuridica e politica di capitale del Reame, essa l’ha tuttavia proseguita ancora, quasi per forza di inerzia, per circa un cinquantennio, continuando ad essere la capitale morale, economica, culturale dell’intero Mezzogiorno.
Napoli non era già più capitale, ma egualmente dalle Puglie, dalle Calabrie, dalla Lucania e dagli Abruzzi, la gioventù studiosa di tutto il Mezzogiorno d’Italia, numerosa e fervente, affollava il grande e glorioso Ateneo napoletano che da sette secoli illuminava con la luce della sua cultura le provincie del Mezzogiorno; e del pari gli avvocati, i magistrati, i giuristi da tutte le città meridionali puntavano alla Corte di Napoli, che formava giurisprudenza ed orientamento per tutti i Tribunali del Sud Italia; il credito e il risparmio dell’intero Mezzogiorno veniva ad alimentare il commercio napoletano e la tumultuosa via di Toledo, che tanto aveva colpito il grande viaggiatore francese, costituiva l’emporio di tutte le provincie meridionali; per il porto di Napoli transitavano a centinaia di migliaia ogni anno gli emigranti dell’intero Mezzogiorno, nella loro coraggiosa e disperata espansione oltre mare.
Tutto ciò, dicevamo, è durato per 50 anni, sino alle soglie del primo conflitto mondiale; ed è stato forse proprio questa continuazione fittizia della funzione di capitale che non ha dato a Napoli la vera consapevolezza sostanziale del mutamento avvenuto nel ’60 ed ha concorso ad impedirle di trovare una propria permanente funzione nella nascente economia del nuovo Stato Italiano.
[…] nel decennio che precedette la seconda guerra mondiale, quando la Nazione italiana, giunta per ultima nella penetrazione coloniale in Africa, polarizzò tutti i propri sforzi politici, militari ed economici verso il continente africano nell’intento di riguadagnare febbrilmente il tempo perduto, fu proprio Napoli che costituì la grande testa di ponte di quella gigantesca operazione che non fu soltanto spedizione militare ma addirittura l’inizio di una trasmigrazione di popolo. Ed il periodo che chiameremo africano e che va dal 1935 al 1940 fu il più florido per la città di Napoli dopo il ’60; e ciò non solo per l’affluenza straordinaria di uomini e mezzi, per il ritmo febbrile degli imbarchi e degli sbarchi, per il polarizzarsi degli interessi, delle energie e direi quasi dell’intera anima nazionale intorno alla città di Napoli, ma per quel necessario fervente sviluppo di tutta l’attrezzatura industriale ed economica della città che andava adeguandosi alacremente a questo suo nuovo compito.
Giova ricordare, a conferma di quanto andiamo esponendo, taluni sviluppi e realizzazioni concrete.
Nell’aprile del 1936 si aprono gli Stabilimenti calce e cementi di Castellammare di Stabia; nel settembre ’36 le Industrie meccaniche aeronautiche meridionali (IMAM); nell’aprile del ’37 inizia il nuovo grande sviluppo dell’Ente Autonomo Volturno, come produttore di energia; nel novembre del ’37 si apre la Società Raffinerie; nell’aprile del ’38 l’Istituto per i Motori; nel novembre dello stesso anno si dà inizio concreto ai lavori della grande Mostra d’Oltremare ed al risanamento del Rione Fuorigrotta, arioso polmone oltre le colline ad occidente della città. I tempi stringono: nell’aprile del ’39 si inaugurano i grandi stabilimenti Aeronautici di Pomigliano d’Arco e la Società Navalmeccanica per le industrie cantieristiche e navali, complemento industriale necessario per lo sviluppo del Porto; si affronta il nuovo piano regolatore, che adegua la planimetria urbanistica della città di Napoli alla sua nuova grande funzione; si crea l’ISVEIMER per un sistematico piano di sviluppo dell’Italia Meridionale. Nello stesso periodo l’ILVA di Bagnoli attua un immenso lavoro di produzione siderurgica, la Società Ansaldo adegua gli stabilimenti di Pozzuoli alle nuove esigenze dell’industria, i Cantieri Metallurgici sviluppano gli stabilimenti di Castellammare mentre il Porto di Napoli, costituito ad Ente Autonomo e generosamente alimentato, con lungimirante programma, sin dal 1924 con il finanziamento allora colossale di 200 milioni (pari a circa 20 miliardi in valuta attuale) completa la propria attrezzatura con la costruzione di nuove dighe e darsene, dei sylos, degli impianti meccanici, dei nuovi bacini di carenaggio, della grande stazione marittima.
Gli anni dal 1936 al 1940 hanno costituito il periodo aureo della economia napoletana nella nuova funzione che la città andava assumendo, di centro vitale, di metropoli per la propulsione dell’Italia verso il continente africano.
Nel 1940 Napoli sembrava avviata verso la sua grande ripresa economica, il tono generale di vita della città andava elevandosi, la disoccupazione, piaga cancrenosa della vita napoletana, andava riducendosi, la città svolgeva finalmente una sua propria funzione permanente nella cita della Nazione Italiana.
La guerra, duramente combattuta e conclusasi tragicamente con la sconfitta dell’Italia, è stata particolarmente disastrosa per Napoli perché ha distrutto non soltanto le migliaia di edifici rasi al suolo da centinaia di bombardamenti ma anche questo promettente inizio di realizzazione di una funzione mediatrice di Napoli tra l’Europa e l’Africa; ed io credo che sia stato forse per l’indefinita ma pur viva sensazione di quello che l’Africa rappresentava per Napoli, che i combattenti napoletani si sono tanto disperatamente battuti in  terra d’Africa ove essi quasi inconsapevolmente sentivano di difendere gli interessi stessi permanenti, quasi la carne viva, la vita e l’avvenire della loro città.
Oggi, ad oltre quindici anni dalla sconfitta, l’Africa Italiana rappresenta soltanto un ricordo nostalgico, che si manifesta quasi in una forma patologica: il mal d’Africa.
Tuttavia il continente africano resta e gli Stati africani sono sempre al di là del mare, dinanzi a noi; anzi questi Stati nuovi ed antichi che vediamo pervasi da una febbre di indipendenza forse troppo rapida ma certo gravida di speranze, di eventi e di sviluppi, pur negli eccessi temporanei di xenofobia che sono dovuti alla necessaria fase nazionalistica della loro formazione, hanno più che mai bisogno dell’azione complementare del continente europeo.

TRATTO DA:
http://www.historiaregni.it/napoli-nel-periodo-africano/

lunedì 5 giugno 2017

Paragone unico in Italia a tirare fuori il documento "top secret" che fa tremare mezzo mondo


E’ arrivato il CETA, ma non ditelo in giro. Il governo ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica ed attuazione, ossia per l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada. Ma piano – per favore! – non strillatelo. Eh già, perché il temuto trattato, firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal parlamento europeo questo febbraio sta per approdare al parlamento italiano per seguire l’iter legislativo ed essere votato. Chi lo dice? Il consiglio dei ministri che si è riunito mercoledì sera in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso; quel cdm di cui i rappresentanti solitamente si affrettano a propagandare i risultati e per il quale invece non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa. E come mai, c’è da chiedersi, neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su google) ha dato questa notizia di epocale importanza? Perché è meglio farlo passare in sordina, o perché forse questo “gran valore” economico non lo ha? Per entrambi i motivi.
Scopo dell’Accordo – si legge nel comunicato del governo – “è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge ancora – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”. Accidenti, che grande occasione, addirittura la sola Italia potrebbe beneficiare in termini di maggiori esportazioni verso il Canada “per circa 7,3 miliardi di dollari canadesi”. Ripetiamolo insieme: sette miliardi. Per avere un’idea, l’IMU che noi italiani abbiamo pagato sui nostri immobili, nel solo 2016, è costata 10 miliardi di euro; circa la stessa cifra è stata spesa dal governo Renzi per pagare i famigerati “80 euro”. Il governo Gentiloni ha recentemente “salvato” il sistema bancario creando con estrema facilità un fondo da 20 miliardi di euro. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma il concetto è chiaro: questo accordo economicamente non vale la carta su cui è stampato, e il problema maggiore è che a fronte di un così ridicolo guadagno – nemmeno sicuro, considerato che si tratta di stime – stiamo per svendere completamente la nostra nazione, e non è un esagerazione. Perché ciò che più fa male è che i nostri governanti si affrettino a specificare come l’accordo “garantirà comunque espressamente il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche, salvaguardando i servizi pubblici (approvvigionamento idrico, sanità, servizi sociali, istruzione) e dando la facoltà agli Stati membri di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Peccato che la cosa, oltre a suonare palesemente come una “escusatio non petita”, è oltremodo falsa.
Spieghiamoci. E’ vero che “espressamente” il testo del Ceta – nelle sue premesse – “riconosce” agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità e il resto, ma in maniera altrettanto precisa descrive il funzionamento del “dispute settlement”, ossia di un arbitrato internazionale cui una “parte” (che può essere uno Stato ma anche un’azienda che opera sul suo territorio) può fare ricorso in caso sia in disaccordo con decisioni prese da altre parti. Tradotto, un’altra nazione o peggio una semplice società, spesso multinazionale, può impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, qualora questa vada a “discriminare” il business dell’azienda. Il funzionamento di questo “tribunale privato” fa diretto richiamo al DSS, identico strumento previsto dall’Organizzazione Mondiale del commercio (o “WTO”, accordo simile al Ceta ma su scala globale). Quest’ultimo prevede la selezione di un “panel” di giudici, composto da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata (esatto, delle multinazionali) o da atenei altrettanto privati. Il panel redige un rapporto contenente la propria opinione circa l’esistenza o meno di un’infrazione alle regole del WTO.
Esso non ha la forza legale di una vera e propria sentenza eppure la procedura di appello ha una durata massima prevista in novanta giorni, e la sentenza, dopo l’approvazione, è definitiva. Sintetizzando: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (cui l’Europa e l’Italia hanno aderito da più di vent’anni, nel 1995) ha fini prettamente economici e finanziari; gli Stati, si dice, sono sovrani, eppure i principi che regolano gli scambi internazionali sono al di sopra delle leggi nazionali, ed internazionali; in caso di controversie, le parti (non gli Stati in realtà, quanto le società multinazionali “discriminate”) possono rivolgersi al WTO e chiedere se sia giusto o meno non applicare il suo regolamento; il WTO, privato e- sicuramente -imparzialissimo, emette la sentenza, che, per carità, non ha forza legale vera e propria (non essendo un vero tribunale), però è ad ogni modo inappellabile e definitiva. DemocraticamenteE quel che è previsto per il Wto vale per il CETA. Il tribunale del WTO è stato mai adito per questioni sugli scambi internazionali? Oh sì! Solo gli Stati Uniti sono stati coinvolti in più di 95 casi contro società private, e di questi processi gli USA, in qualità di nazione, ne ha persi 38 e vinti appena 9. Gli altri o sono stati risolti tramite negoziazioni preliminari oppure sono ancora in dibattimento. In circa 20 casi il Panel addirittura non è mai stato formato, e la maggior parte dei processi che hanno perso riguarda livelli di standard ambientale, misure di sicurezza, tasse e agricoltura.
Questo panegirico forse può risultare oscuro pertanto è utile fare una semplificazione: lo Stato italiano, al contrario di quanto dice il governo Gentiloni, non può decidere autonomamente alcunché, prima di tutto perché fa parte dell’Unione europea e ha siglato accordi comunitari come il Patto di stabilità e il fiscal compact, oltre a far parte di un’unione monetaria, quindi di partenza non ha alcun potere decisionale in termini di politiche monetarie, fiscali, economiche e sociali. Secondo poi, pur godesse di una simile sovranità, comunque rischierebbe di trovarsi contro cause miliardarie– private –e di perderle, con tanti saluti al “potere politico”. Quel che allora il misero comunicato stampa del consiglio dei ministri dice in parte è vero, ossia che il governo può “decidere quali servizi mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Scopo dell’accordo è infatti di liberalizzare completamente qualsivoglia tipo di merce o servizio, inclusi quelli che teoricamente uno Stato soltanto dovrebbe garantire, e che invece già stanno finendo in mano ai privati (cliniche sanitarie, scuole, ecc ecc), in un mondo che sempre più sarà alla portata di poche persone e tasche. Ed ecco che la nostra carta Costituzionale si trasforma in carta igienica.
Quanto alle “potenzialità” di esportazione la nostra bella Penisola, da sempre caratterizzata da una grande vocazione all’export, già da tempo ha incrementato la vendita dei propri beni all’estero. Siamo più competitivi? Facciamo cose migliori? Ne più ne meno come prima, semplicemente gli italiani non hanno più una lira (i consumi domestici sono drasticamente calati, grazie a politiche iniziate da Mario Monti che in una celebre intervista ammise di “distruggere la domanda interna”) e quindi le imprese (quelle che non hanno chiuso) si sono arrangiante puntando ancor più sui mercati forestieri; solo pochi giorni fa l’Istat ha registrato nei suoi dati la “morte” della classe media italiana. Nel frattempo, visto che le merci di qualità come quelle nostrane non ce le possiamo permettere, nei nostri negozi arrivano tonnellate di merce a basso costo ma di pessima qualità che viene assoggettata a controlli scarsi o addirittura nulli, poiché già siamo in un’unione di libero scambio, l’Unione europea, che stiamo per estendere al Canada. Inutile dire che simili politiche danneggiano direttamente le nostre imprese, dunque il lavoro e in generale il benessere del nostro popolo. Tutto questo per – forse – sette miseri miliardi. Neanche i 30 denari di Giuda.
Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/gentiloni-approva-il-ceta-in-silenzio-stampa/