mercoledì 15 novembre 2017

I REGI LAGNI : RIMPARATE DAI BORBONE COME SI AMMINISTRA IL TERRITORIO CON ATTENZIONE E AMORE PER LA NAZIONE!



di Rosalba Valente

I Regi lagni costituiscono la rete idrografica di canali  per irreggimentare le acque ,  prevenire le inondazioni e tenere a disposizione le acque in caso di siccità .  Si trovano nel territorio a nord di Napoli.

I canali, i lagni ( nome antico con cui  si identificava il corso d’acqua che attraversava il Nolano  si impaludava nella piana campana) sono detti Regi perché la loro storia è legata  all’amministrazione borbonica. I Re Borbone, infatti,  ampliarono, completarono e perfezionarono l'assetto della rete abbozzata nel '600.
Attentissime e particolareggiate erano le prescrizioni  per mantenere le acque pulite e salubri no ché le modalità di  controllo dei loro alvei per evitare inondazioni, come si evince dalla  legge del 1833 che riporto più sotto.
L'efficienza di questa opera ingegneristica,  all’avanguardia per l’epoca, è un esempio di tecnologia orografica ammirevole e i nostri antenati non conobbero le frane che vediamo oggi.
 
 Il canale principale attraversa la pianura campana da est a ovest, dall’area nolana fino al litorale domizio, attraversando il territorio di comuni popolosi come Nola, Marigliano, Acerra, Caivano, Marcianise, Casal di Principe, Villa Literno, Castel Volturno: una fascia a cavallo tra le province di Napoli e Caserta, per un tragitto lungo 55 chilometri, a cui vanno aggiunti 210 chilometri di canali secondari, che confluiscono “a spina di pesce” nell’asta principale.
Nati come opera di contenimento delle acque, gli alvei borbonici si sono trasformati, dal novecento  in poi,  in una appendice scarichi fognari .
Più di un milione e mezzo di residenti, infatti, sono compresi nei comuni del bacino idrografico, con insediamenti industriali, pratiche agricole intensive e una presenza diffusa di aziende zootecniche.
 Oggi, all’interno di questo territorio, che comprende settantatre comuni delle province di Napoli e Caserta, sono stati censiti migliaia di siti contaminati o potenzialmente contaminati, oppure luoghi di abbandono incontrollato di rifiuti.

Da Angela Vece :
I Borbone fecero i Regi Lagni per scongiurare alluvioni. Chi sono i responsabili  che l'hanno trasformati in discarica ?
Un’opera di alta ingegneria geologica, ancora utile oggi se non fosse che è diventata, con la gestione moderna, che certamente borbonica non è, una discarica a cielo aperto da maltrattare con versamenti illegali.

E ORA LE LEGGI BORBONICHE SU COME VA AMMINISTRATO E RISPETTATO IL TERRITORIO PER IL BENE COMUNE
Regolamento per la polizia de Regi Lagni di Terra di Lavoro approvato nel Contiglio ordinario di Stato de 16 giugno 1833.
Ari. 1. La pescagione ne' regi Lagni non potrà essere esercitata che da colui, che ne prende l'affitto dalla Direzione generale, o dalle persone di sua dipendenza , e co' modi e norme che  verranno determinate ne' contratti di locazione, dirette principalmente alla conservazione dell'opera di bonificazione. In conseguenza rimane ad ogni altro proibita la pescagione suddetta con qualsivoglia mezzo , e l'affittatore avrà la facoltà d' impedirla co'suoi agenti riconosciuti dalla Direzione generale.
Art. "2. E proibito di passare e traversare i Lagni medesimi a piedi o a cavallo , o pure con carrozze , carrette , carri, ed ogni altro genere di vetture , o animali , ovvero con bestiame di ogni sorta , piccola o grande che sia.
Art. 3. È proibito di far abbeverare ne'canali de' regi Lagni il bestiame di qualunque specie.
Art- 1. E proibito di far pascolare sugli argini de' regi Lagni qualunque specie di bestiame grande o piccolo. È eccettuato da questo divieto il bestiame pecorino , che si appartiene a colui che prende in fìtto dalla Direzione il dritto del pascolo sugli argini suddetti , secondo le norme e condizioni che verranno stabilite ne' contralti di locazione , che ne farà la Direzione medesima.
Art. 5. È proibito di macerare in qualsivoglia sito dei regi Lagni canape, lino, o altro vegetabile che richiegga questa specie di preparazione.
Art. 6- Tutti i proprietari delle macerazioni solite , o gore, dette fusari, anticamente stabilite in confine de' regi Lagni , e che attualmente ne sono in possesso , e parimente i proprietari di quelle che scaricano ne' canali stessi le loro acque di macerazione , non potranno eseguire ne'tempi propri la macerazione delle canape e de' lini senza l' annuale permissione in iscritto della Direzione generale de' ponti e strade. I tempi propri delle macerazioni sono dal 1° luglio al 31 agosto di ciascuni anno, salvo al Direttor generale, per causa straordinaria, o di stagione ritardata , e sopra dimanda dell'interessato , di accordare , come finora ha praticato, una proroga di macerazione oltre il 31 agosto , senza però che possa estendersi al di là del di 15 settembre.
Art. 7. Affinche quelli degli anzidetti fusari, a' quali la Direzione generale avrà accordata la licenza di macerazioni, siano provveduti di acque, e possano incominciare le macerazioni per lo designato giorno 1° luglio, la Direzione generale permetterà , che sin dal 20 giugno vengano stabilite le corrispondenti solite parate ne' Regi Lagni.
Art. 8- Le parate non potranno essere costruite che di soli tavoloni senza pietre , zolle , fascine , o altro diverso materiale ; né potranno essero elevate all' altezza maggiore di palmi quattro e mezzo sul fondo del lagno, secondo che risulta dal corrispondente regolatore di fabbrica. Dove la larghezza del lagno è maggiore di palmi ventiquattro, ne' laterali della parata si alzeranno i tavoloni per altri palmi due , oltre i quattro e mezzo , lasciando un risciacuatojo , o sia spiga nel mezzo della parata medesima della larghezza di soli palmi ventiquattro..
Art. 9. Per quei fusari i cui regolatori di fabbrica sono stati ribassati di livello, uniformemente al ribassamento eseguito nel fondo del lagno, sarà permesso di stabilire le parate di tavoloni col di loro ciglio superiore allo stesso antico livello che avevano prima del ribassamelo , e ciò a tutto l' anno 1835.
Per le macerazioni dall'anno 1836 in poi il ciglio superiore delle parate dovrà avere sulla platea del regolatore ribassato la stessa elevazione di palmi quattro o mezzo che prima aveva sull' antico livello di detta platea.
Ari. 10. In ogni fusaio alla bocca d' introito , per la quale vi si introducono le acque dei  lagni, ed alla bocca d' esito , per la quale le acque di macerazione o sono restituite a' canali dei lagni , o pure passano ad un fusaro inferiore , debb' esservi una cateratta in fabbrica regolarmente costrutta a luce rettangolare, della larghezza non maggiore di palmi quattro e mezzo con soglia e stipiti di pietra forte , nei quali siano intagliate le scanalature per farvi scendere un portellone di legname, che perfettamente la chiuda.
Art. 11. Per quei fusari pe'quali le acque debbono passare dal lagno maestro al lagnuolo , e da questo nella bocca d'introito , esiste una tromba in fabbrica a traverso dell'argine, che frammezza i due canali. Una tale opera debb' essere mantenuta in perfetto stato dal proprietario del fusaro contiguo cui riguarda, e debb' essere egualmente munita di portellone tra stipiti e soglia di pietra forte, che dovrà solo aprirsi ne' tempi di macerazione , e rimaner chiusa per tutto il rimanente dell' anno , affinché non vi sia comunicazione di acqua tra i due canali.
Art. 12. La soglia della cateratta di esito debb' essere situata ad un livello per un palmo superiore al fondo naturale del fusaro, quando è in istato di nettezza , acciò non possano essere trasportati ne' lagni i depositi delle macerazioni.
Art. 13. Stabilite le solite parate in ciascun fusaro, che ne abbia avuta la permissione , si far volgere in esso le acque , e dopo riempiuto se ne chiuderà la bocca d'introito col portellone , il cui orlo superiore dovrà essere di once tre sottoposto al ciglio superiore della parata. Le acque fluenti del lagno , superando il ciglio della parata , e quello del portellone della cateratta d'introito , proporzionalmente cadranno tanto nella parte inferiore del lagno , quanto nel canale d' introito del fusaro , per la così detta rinfrescalura.
Art. 14. Poiché le acque de' Regi Lagni sono variabili in ogni anno, sarà fissato anno per anno in ogni portellone d'introito la larghezza della sezione viva dell'acqua occorrente per la rinfrescatura, sulla considerazione che tutte le acque de' lagni, vengano divise tra tutti i fusari in parti proporzionali.
A tale oggetto il Direttore generale disporrà che un Ingegnere della Direzione generale non più tardi del 26 giugno esegua sopra luogo la fissazione della larghezza dell'anzidetta  sezione viva di ogni cateratta, e ne faccia rapporto immediatamente alla Direzione generale.
I reclami che i diversi proprietari dei fusari potessero produrre avverso una tale ripartizione di acque saranno presentati non più tardi del 1° luglio , e rimane nella facoltà del Direttor generale , ove lo creda, di disporre una revisione inappellabilmente.
Per evitare che i proprielari de' fusari possano nella minima parte alterare queste luci di derivazione , saranno le medesime racchiuse in piccole casette di fabbrica , le cui chiavi saranno depositate nella Direzione generale.
Art. 15. Dopo spirato il termine del di 31 agosto, o quello della proroga , per quattro giorni continui si faranno prima uscire da' fusari le acque di macerazione, e quindi si faranno passare per essi le acque chiare ad oggetto di lavare le vasche. E terminati i quattro giorni dovranno i proprietari  o gli affittatori de' fusari togliere le parate , e nettare il fondo del Lagno da ogni ingomberamento  che per effetto delle parate medesime vi sarà stato prodotto.
Laddove ciò venisse trascurato , oltre la multa di cui si parlerà nell'art. 28 , la Direzione generale farà togliere le parate e sgombrare il fusaro dall' appaltatore de' lavori di spurgo de' Regi Lagni a' prezzi del relativo appalto, aumentati del decimo a riguardo della stagione e della prontezza. E la somma risultante dalla misura che ne farà l'Ingegnere, sarà addebitata al proprietario o affittatore negligente , e riscossa per mezzo di lista di carico , come ogni altro cespite della Direzione generale Art. 10.
Per facilitare lo spurgo sarà permesso di praticare ad un lato della soglia nella sua grossezza un canaletto largo un palmo , ed un palmo profondo , che , dopo messo a secco e nettato il fusaro , dovrà essere diligentemente ed esattamente chiuso con fabbrica.
Art. 17. Lo spurgo o nettamento del fusaro potrà essere eseguito da settembre a tutto il mese di marzo.
Art. 18. Ne' primi quindici giorni di aprile la Direzione generale dovrà disporre una verificazione generale di tutti i fusari, e per quelli che non si troveranno perfettamente in regola, tanto per il loro nettamento , quanto per tutte le altre condizioni richieste dal presente regolamento , sarà proibita la successiva macerazione (Con Real Rescritto del 2 marzo 1836 fu prescritto che non trovandosi li fusari nettali , e posti in regola da' proprietarii vi si dovrà provvedere dalla Direzione generale de'Ponti, e Strade a di loro danno col metodo d' urgenza, senza bisogno di citazioni, ed avvisi).
Art. 19. Sarà obbligo de' proprietari e degli affìttatori de' fusari animati dalle acque vive che corrono pe' Regi Lagni , di tenerli per lo intero loro perimetro perfettamente arginati a cominciar dal punto ove l'acqua de' lagni si deriva per introdurla nel fusaro, e terminando al punto in cui si restituisce l'acqua nei lagni dopo servita alle macerazioni. Una tale arginatura debb' essere atta ad impedire ogni traboccamento , sbandimento , o dispersione di acque.
Art. 20. Oltre alle parate permesse coll’Art.. 7° non potranno costruirsene altre in qualunque tempo e per qualsivoglia oggetlo.
Art 21. E vietato egualmente di stabilire passaggi a traverso dei Regi Lagni, o di mettere in quei canali qualunque ostacolo che arresti , ritardi , diverga , o pregiudichi comunque il corso delle acque , e gli scoli ai quali sono esse destinale ; di danneggiare in qualsivoglia modo gli argini , e gli alberi che ivi sono piantati ; in fine di fare qualunque novazione sulle ripe ed argini de' lagni suddetti diretta a deviare le  acque nei fondi adiacenti per qualsivoglia uso.
Art. 22. Non potendosi presumere che altri all' infuori de' proprietari de'fondi siti sulle due sponde dei lagni, o i loro conduttori, abbiano interesse di stabilire passaggi a traverso dei Regi Lagni ; cosi laddove la suddetta contravvenzione si verifichi , i proprietari o conduttori suddetti soggiaceranno solidariamente all'ammenda , ed alla spesa necessaria per la distruzione del passaggio medesimo, secondo che in appresso sarà indicato.
Qualora poi si verificassero novazioni sulle ripe ed argini de' Regi Lagni, dirette a deviare le acque ne' fondi adiacenti per qualsivoglia uso, in questo caso all' ammenda , ed alla rifazione del danno soggiacerà il solo proprietario o conduttore del fondo posto sulla ripa , o dal lato dell'argine dove si è verificata la novazione , giacché essi solamente poteano avere interesse a si fatta operazione.
In ambedue i casi preveduti in questo articolo resterà salvo ai proprietari suindicati di agire contro gli esecutori della operazione vietata , per rivalersi del danno sofferto.
Art. 23. I possessori de' fondi confinanti cogli argini , e coi canali dei Regi Lagni secondo gli antichi bandi e regolamenti non potranno seminare , e piantare alberi , o coltivare in qualunque modo a minore distanza di palmi dodici dal piede esteriore degli argini medesimi , o del ciglio della ripa qualora non vi sia argine.
Se mai si trovassero ancora alberi piantati tra i limiti sopra indicati, i proprietari dovranno tagliarli tra sei mesi dalla pubblicazione del presente regolamento , ed in modo che niun danno ne risulti ai Regi Lagni.
Elasso tal termine, gli alberi suddetti si considereranno come abbandonati da' proprietari  e resteranno a beneficio della Tesoreria generale , e la Direzione generale li farà tagliare a particolare sua cura.
Art 21. Sono conservati in vigore gli antichi stabilimenti, coi quali era imposto l' obbligo ai possessori di quei fondi che hanno fossi di scolo influenti ne’ Regi Lagni di costruire i corrispondenti ponticelli in fabbrica sopra ciascuno de' suddetti fossi per dare il passaggio a piedi ed a cavallo a' custodi dell' opera.
Art. 23. Le contravvenzioni all'art. 1° relative alla pescagione saranno punite coll’'ammenda di carlini dieci, e del doppio in caso di recidiva, colla detenzione da uno a tre giorni , e colla perdita degli ordegni , salvo la pena maggiore in caso di parate giusta il seguente art. 28.
Art. 26. La multa medesima sarà inflitta a coloro che traverseranno i Regi Lagni a piedi o a cavallo, o pure con vetture di qualunque specie.
Art. 27. Per i  bestiami che in contravvenzione dell'ari. 2" traverseranno i Regi Lagni, e pascoleranno sugli argini , ovvero siano abbeverati ne' canal,  sarà applicata la multa solidalmente a danno dei proprietari , custodi e conduttori ,
di carlini sei per ogni bufalo;
di carlini tre per ogni bue, cavallo , asino, porco , o capra;
di carlino uno pur ogni pecora.
Tali multe saran doppie in caso di recidiva.
Art. 28. Le contravvenzioni agli articoli 6 a 16 , 19 , 20 , 21 e 23 saranno punite colla stessa pena della detenzione da uno a tre giorni , e colla multa non maggiore di ducati cento , né minore di ducati cinquanta , oltre il rifacimento de' danni ed interessi verso il lisco , salvo i dritti dei terzi.
Art. 29. I sindaci giudicheranno le contravvenzioni sopra enunciate le quali importino detenzione ed una multa non maggiore di ducati sei.
Per le altre importanti e multe maggiori e detenzione, ne giudicheranno i Consigli d' Intendenza.
Le forme, esclusa la redazione de'verbali che verrà appresso stabilita, saranno quelle prescritte dalla legge de' 25 marzo 1817.
Art. 30. I guardalati ed i loro soprastanti , non che qualunque altro agente della Direzione generale de' ponti e strade incaricato della custodia e mantenimento de' Regi Lagni , invigileranno sulle contravvenzioni al presente regolamento.
Art. 31. I processi verbali , che saran distesi dagli agenti suddetti, conterranno il giorno in cui la contravvenzione si sarà verificala. Il nome, il cognome , il domicilio ed il grado del compilatore. Il luogo della contravvenzione. I nomi, cognomi, domicili e le qualità de'contravventori, quando queste circostanze saranno conosciute da' compilatori.
Gli strumenti adoperati , o pure l'indicazione che il tempo o gli strumenti non possono in quell'atto definirsi con precisione, tutte lo circostanze che  saranno allora scoverte per far conoscere il reato secondo le differenti sue specie. Le pruove e gli indizi che esistono contro i colpevoli. La data della chiusura del processo verbale. Il tutto secondo il modello in istampa alligato al presente regolamento (I).
Ari. 32. Gli agenti suindicati per l'osservanza del presente regolamento avranno tulle le facoltà concesse a' guardiani comunali coll' articolo 288 della legge del 12 dicembre 1816.
Ari. 33. I verbali anzidetti saranno presentati all'Eletto incaricato della polizia del più vicino comune non più tardi del terzo giorno dopo la conoscenza della contravvenzione che n' è l'oggetto , e ne sarà confermata la verità con giuramento. I1 Eletto noterà sul verbale la data della presentazione, e la conferma giurata.
Nel caso che i compilatori de' processi verbali non sappiano, scrivere , nello stesso termine faranno a voce il loro rapporto giurato a l’Eletto , il quale redigerà il verbale della contravvenzione nella cancelleria comunale con tutte le indicazioni prescritte nell'art. 33 e vi apporrà la sua firma.
Art. 34. In ambedue i casi previsti nell' articolo precedente , l' Eletto dovrà rilasciar copia del verbale all' agente della Direzione generale , dal quale ne sarà rimesso un esemplare alla Direzione , pe' canali regolari.
Art. 35. I verbali degli agenti suddetti faranno piena fede in giustizia , fino alla iscrizione  falso.
Art. 36. I verbali ricevuti secondo l' art. 33 saranno rimessi tra ventiquattro ore dall' Eletto al sindaco, il quale, secondo le diverse competenze procederà con le norme indicate nell' art. 29.
In ogni caso il sindaco potrà far rilasciare gli animali e gli oggetti sequestrati ai contravventori che li reclamassero, offrendo sufficiente ed idonea cauzione.
Art. 37. Qualora la contravvenzione riguardasse stabilimento di parato senza permissione , passaggi a traverso de' canali , ed altri ostacoli di cui a parola nell'art. 21 , che ritardassero , deviassero  o arrestassero il corso delle acque de' lagni; rottura o altri simili lumi negli argini e nelle ripe, in tal caso gli agenti della Direzione generale con l'assistenza del sindaco ..o di uno degli ufficiali della polizia rurale e municipale del più vicino comune , faran subito rimettere le cose al pristino stato. Di ciò egli ne formeranno un separato processo verbale , che sarà anche firmato dal suddetto uffiziale  di polizia che vi avrà assistito, e che conterrà pure la indicazione della spesa erogata per la riduzione dell' innovato.
Un esemplare di tale verbale sarà rimesso alla autorità enunciata nell' art. 33 , ed un altro alla Direzione generale, onde potersi disporre il carico della spesa contro chi di dritto , colle solite liste alla Tesoreria generale.
Art. 38. Allorché ne' fondi privali aderenti a' Regi Lagni si formassero opere e costruzioni di qualunque natura , o si raccogliessero materiali che fossero indizio di attentati che si volessero prossimamente commettere su' lagni medesimi, gli agenti menzionati nell'articolo 30 sotto la loro più stretta responsabilità ne faranno rapporto alla Direzione generale tra le 24 ore , e raddoppieranno la vigilanza sopra luogo.
Essi dovranno ancora a seconda de'casi richiedere alle autorità competenti mano forte per impedire ogni attentato. Potranno del pari, tutte le volte che sorprenderanno i contravventori nell'esercizio di qualsivoglia operazione vietata, imporre loro la cessazione, adoperando all' uopo anche altra forza pubblica che richiederanno.
Art. 39. Tanto ne' casi in cui si sopprimano opere già eseguite in contravvenzione , quanto in quelli ne' quali si facciano sospendere quelle che si sorprendono in atto di essere consumate, i materiali, strumenti, e qualunque oggetto all' uopo adoperalo saranno confiscati, e descritti ne' verbali, e rimarranno a disposizione dell' autorità competente.
Art. 40. Tutte le volte che i soprastanti de' Regi Lagni o gli altri custodi addetti a questi corsi di acqua , trascureranno di adempire senza alcun ritardo a quanto vien loro prescritto col presente regolamento, sia per oscitanza allo adempimento de' propri doveri , sia per colpevole intelligenza coi contravventori , saranno puniti colla sospensione o destituzione del loro impiego ; salvo le ulteriori misure di rigore , applicabili a seconda de' casi
Art. 41. Delle somme delle multe sarà fatto versamento nella real Tesoreria generale. Della metà di esse disporrà il Ministro delle Finanze in favore degli  impiegati ed agenti della Direzione generale dei ponti e strade , fra' quali verranno considerati i capienti alle seguenti proporzioni:
Per un terzo dell' intera somma di multa sino alla somma di ducati sei.
Per un quatto da ducati sei ed un grano sino alla somma di ducati cinquanta.
Per un sesto da ducati cinquanta ed un grano in sopra.
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tratto da (pp.545-550)

TRATTO DA:
https://www.facebook.com/notes/rosalba-valente/i-regi-lagni-rimparate-dai-borbone-come-si-amministra-il-territorio-con-attenzio/10150394065609078/

Le “briglie borboniche” - L’avanguardia architettonica dei Borbone



I sovrani borbonici, attraverso l’imponente e lungimirante sistema delle Briglie, arginano il problema delle alluvioni e dell’impaludamento del napoletano.

 

I Borbone, nei loro anni di governo a Napoli, ebbero sempre un grande occhio di riguardo per le problematiche del territorio e tentarono con varie opere urbanistiche e architettoniche di notevole innovazione di arginare i fenomeni naturali che mettevano in difficoltà le zone del napoletano.

Uno di questi fenomeni era costituito dalle alluvioni, le piene dei torrenti e altre calamità che si abbattevano sui contadini e i loro possedimenti. Così i sovrani, sempre sensibili, a questo tipo di problematiche, promossero la costruzione delle cosiddette “briglie” che vennero edificate alle pendici del Vesuvio e del Monte Somma.

Quando si pensa al complesso montuoso del Vesuvio, il pericolo che per primo viene considerato è quello delle possibili eruzioni vulcaniche. Ma in realtà trattandosi di montagne, i pericoli che corrono le zone limitrofe sono molteplici, tra questi quelle che la gente di un tempo chiamava “lave”: frane di fango e rocce che scendevano giù impetuose, veloci e temibili quanto fiumi di vera lava.

Non erano solo le alluvioni a generare morte, ma la massiccia presenza di zone paludose che sottraeva terreni alla coltivazione impoveriva le popolazioni locali e le decimava per via della malaria. A seguito dell’impaludamento, inoltre, vaste aree erano state disboscate perché venissero destinate all’agricoltura, indebolendo così i fianchi e le pendici dei monti e neutralizzando la naturale difesa dai monti stessi opposta alle “lave”.

Il sistema delle briglie fu ideato dall’ingegnere Carlo Afan de Rivera, direttore generale del Corpo di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Caccia del Regno delle Due Sicilie, nel 1855. Il progetto consisteva in un grandioso sistema di bonifica, manutenzione e rimboschimento del territorio tra Napoli e Somma-Vesuvio risolvendo il problema con le Briglie. Alte più di quindici metri e larghe venti, le briglie erano possenti mura di pietra lavica capaci di correggere la pendenza dei torrenti e allo stesso tempo trattenevano il materiale portato giù dalla potenza delle acque, mentre si provvedeva al rimboschimento e alla bonifica delle paludi.

Le campagne caratterizzate da maggiore pendenza furono difese da argini contenitori che ostacolavano la discesa dei detriti e il letto dei torrenti venne protetto da catene e briglie di fondo per evitare che si corrodessero e le loro sponde si sgretolassero. Inoltre venne istituita la figura del “Sorvegliante idraulico”: una sorta di guardiano del Vesuvio che faceva il giro di tutti i sentieri, aveva specifiche mansioni di controllo e manutenzione delle opere idrauliche e comminava multe ai contadini che non rispettavano le regole.

Con l’Unità d’Italia  l’inurbamento aggressivo della zona, l’imponente e funzionale sistema delle briglie borboniche cadde in disuso. La lungimirante opera architettonica rimane comunque uno dei molteplici esempi della sensibilità dei sovrani borbonici dinanzi alle calamità naturali del napoletano e della serie di migliorie che promuovevano per la popolazione del Regno.

TRATTO DA:
https://grandenapoli.it/lavanguardia-architettonica-dei-borbone-le-briglie-borboniche/

martedì 14 novembre 2017

I campi di internamento per giapponesi negli USA

Durante la seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti furono imprigionate 120.000 persone di origine giapponese, delle quali il 62% erano cittadini statunitensi. La decisione fu presa dal governo americano dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor e l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. L’internamento dei cittadini di origine giapponese mirava a prevenire possibili sabotaggi da parte loro. La stessa decisione fu presa per i cittadini tedeschi, come era già accaduto durante la prima guerra mondiale.

Pochi giorni fa il New York Times ha raccontato questa storia collettiva di deportazione e internamento, attraverso le storie di due ex detenuti. Entrambi erano dei bambini quando furono costretti nei campi di internamento insieme ai loro genitori – a essere precisi, una di loro addirittura nacque nel campo. Furono detenuti nel campo di Amache, il più piccolo tra i dieci campi creati per i giapponesi.
Oggi, lo spazio dove vivevano i prigionieri è un tappeto di arbusti spinosi e fiori di campo punteggiato da note della sua vita passata: pezzi di porcellana, tondini di cemento armato, pezzi di cemento e qua e là del filo spinato. Non sono rimasti edifici. Quando l’ultimo detenuto lo lasciò il 15 ottobre del 1945, le strutture del campo, circa 550 edifici, furono messe all’asta e spostate, disperse come coloro che le avevano abitate.
«Erano due chilometri quadri e mezzo di baracche» ricorda Fuchigami cercando in un boschetto di artemisia i resti della sua baracca, la 7G. «Non avrebbero dovuto stare qui» disse a proposito delle persone che vi vivevano, «Fu un colossale errore.»
Molte delle persone che furono detenute a Camp Amache sono tornate ogni anno in quei luoghi, ma quest’anno sono potuti andare solo gli ex internati incontrati dal New York Times, il signor Bob Fuchigami e la signora Jane Okubo. Ormai, molti degli ex detenuti sono scomparsi.

Il campo operava come una città americana, in qualche modo. C’erano scuole, vigili del fuoco, i boy scout e un giornale bisettimanale. I prigionieri svolgevano delle attività, contribuendo in molti aspetti dell’economia del paese, inclusa la produzione di migliaia di manifesti di propaganda di guerra. Il campo aveva anche la propria squadra di football, gli Amache Indians. Nacquero 415 bambini e circa 1.000 residenti entrarono nel servizio militare.
Tuttavia, le condizioni di vita nel campo erano molto dure. Amache si trova accanto al villaggio di Granada, nel Colorado meridionale. In inverno la temperatura scendeva anche a -22°C, mentre d’estate le tempeste di sabbia filtravano attraverso le pareti delle baracche.
Fuchigami ricorda le guardie armate e i riflettori che interrompevano il sonno la notte. Ricorda che divenne intensamente geloso di un aquilone che aveva costruito con legnetti e carta di giornale. «Un aquilone può volare ovunque vuole» dice Fuchigami, poteva volare oltre il filo spinato mentre lui vi rimaneva dentro. «Avevo sempre questo sentimento,» aggiunge, «Cosa ci facciamo qui? Perchè siamo prigionieri? Cosa ci faranno domani o in futuro?»

Negli ultimi anni i campi di internamento più grandi, come quello di Tule Lake (che arrivò a ospitare quasi 20.000 persone) e quello di Manzanar, ricevono un gran numero di visitatori. La loro storia viene raccontata nelle scuole e in libri come Farewell to Manzanar (Addio a Manzanar), pubblicato da James D. Houston e Jeanne Wakatsuki Houston. La storia del campo di Amache invece rischia di essere dimenticata.
Oltre agli ex detenuti, la sua memoria è coltivata soprattutto da una scuola delle vicinanze. Gli studenti realizzano interviste e hanno costruito un piccolo museo, e il loro progetto più ambizioso è quello di recuperare gli edifici del campo. Alcuni edifici sono già stati riportati ad Amache, l’obiettivo è quello di riportarne altri, in modo da permettere ai visitatori di immaginarsi meglio l’esperienza del campo. Il progetto è finanziato soprattutto dagli ex internati, e dovrebbe essere completato prima che siano scomparsi tutti.

TRATTO DA:
https://ilmondocontemporaneo.com/2015/05/20/i-campi-di-internamento-per-giapponesi-negli-usa/

IL FASCISMO E LA MAFIA


IL FASCISMO E LA MAFIA

sabato 11 novembre 2017

LA SPEDIZIONE DEI MILLE DI UBALDO STERLICCHIO

LA SPEDIZIONE DEI MILLE DI UBALDO STERLICCHIO



DI UBALDO STERLICCHIO

Nov 10, 2017

Egregio signor Saltarelli,
ho letto attentamente l’articolo inviatomi e dal quale emerge un’interpretazione sui generis, in chiave economico-finanziaria, degli avvenimenti che, a seguito della spedizione di Mille, portarono alla caduta del Regno delle Due Sicilie.

Non ho motivo di dubitare circa la genuinità delle fonti archivistiche dalle quali il giornalista ha attinto le notizie e sulla cui base ha articolato le sue argomentazioni. Tuttavia, a mio avviso, nello scritto in questione prevale solo ed esclusivamente il cosiddetto «senno del poi», in quanto il giornalista Luciano Canova dà per scontato che il Regno borbonico era destinato a «sgretolarsi» ed afferma che i «mercati finanziari e il debito pubblico ebbero un ruolo» e furono addirittura un «investimento nello sgretolamento del regno borbonico e nel successo dei garibaldini».
E, sempre con il senno di poi, lo stesso articolista si lascia andare in affermazioni gratuite ed storicamente infondate,([1]) quale quella che «Prima dell’inizio della spedizione di Mille, l’Europa guardava al Regno delle Due Sicilie come a una monarchia in crisi irreversibile» e quella che «Si trattava di capire di che morte il regno dovesse morire…».
A mio modesto avviso, ben altre furono le cause della caduta del Regno delle Due Sicilie, cui conseguì l’ineluttabile deprezzamento dei titoli del debito pubblico borbonico che, al termine della parabola discendente naturalmente legata agli eventi negativi dell’invasione garibaldino-sabauda, come si evince dal grafico annesso all’articolo in esame, si «allinearono al ribasso» (e non poteva essere altrimenti!) proprio con i titoli piemontesi.
Infatti, fino alla prima metà del 1860, i titoli di Stato delle Due Sicilie godevano ottima salute; prova ne sia che – oltre ad avere una rendita consolidata del 5% – alla Borsa di Parigi quotavano il 20% in più rispetto al loro valore nominale. Al contrario quelli del debito pubblico piemontese quotavano il 30% in meno. Esisteva, cioè, una forbice (adesso si chiama spread?!?) di ben 50 punti percentuali, quotando quelli delle Due Sicilie al 120% (eccellente quotazione questa che il Canova, ingiustificatamente, attribuisce ad una «bolla speculativa») e quelli del Piemonte al 70% del loro valore nominale.
È sufficiente consultare al riguardo gli scritti di Giacomo Savarese per rendersi conto dell’abissale divario qualitativo e quantitativo esistente, all’atto dell’invasione del Sud, fra le finanze napoletane e quelle piemontesi, in favore delle prime.([2])
Quello dell’unità d’Italia fu, quindi, solo un vergognoso pretesto, utilizzato dall’usurpatore Vittorio Emanuele II di Savoia e dall’«arcicospiratore» suo primo ministro,([3]) per cacciare i legittimi sovrani e saccheggiare le ricchezze degli altri Stati della Penisola (in primis, quelle del florido Regno delle Due Sicilie), onde evitare la bancarotta del misero e fallimentare Piemonte che, all’epoca, era indebitato fino al collo, a causa delle gravosissime spese sostenute per la dissennata politica militarista e guerrafondaia del megalomane Cavour.([4])
Basti pensare che, per sola spedizione in Crimea (che comportò l’invio di 18 mila uomini, dei quali 14 morirono in combattimento alla Cernaia e 1.300 a causa di un’epidemia di colera), fu necessario ottenere in prestito dalle banche inglesi 1 milione di sterline; contratto nel 1855 dal Piemonte, il debito (comprensivo dei relativi interessi) verrà estinto solo nel 1902 ed a spese di tutti i contribuenti italiani.([5])
Durante il solo anno 1859, mentre il Regno di Napoli aumentava gli interessi del suo debito pubblico di 5.210.731 lire, il Piemonte aumentava gli interessi del suo debito pubblico di 58.611.470 lire: più del decuplo di quelli napoletani.([6])
Il grafico annesso all’articolo in oggetto evidenzia, invece, un altro aspetto cruciale e cioè che sul Regno delle Due Sicilie, già condannato a morte dalle due grandi potenze capitalistico-massonico-liberali dell’epoca (Inghilterra e Francia), durante la «piratesca» avventura garibaldina e la «barbarica» invasione sabaudo-pimontese, si abbatté anche la speculazione finanziaria dei Rothschild e dei loro degni compari europei. Ma è altrettanto facile intuire che, in caso di vittoria borbonica, questa speculazione non avrebbe avuto successo alcuno, in quanto la solidissima economia del Regno del Sud era senz’altro potenzialmente idonea a reggere con efficacia quest’urto speculativo.
L’anno 1859 si era, infatti, chiuso con la seguente situazione finanziaria:
– debito pubblico del Regno di Napoli             411.475.000 lire
– debito pubblico del Regno di Piemonte     1.121.430.000 lire
ed, atteso che il primo contava una popolazione media residente di 6.970.018 abitanti ed il Piemonte di 4.282.553 abitanti, il debito pro capite era pari a 59,03 lire per un napoletano ed a 261,86 lire per un piemontese; vale a dire che il Regno dei Savoia era oberato da un debito pubblico 4 volte superiore a quello dello Stato dei Borbone!
Nel Regno di Sardegna «…ci fu un indebitamento colossale, coprire un debito con un altro debito, pagare una rata d’interessi facendo ancora un debito era diventato il sistema di governo: tra il 1849 ed il 1858 il Piemonte contrasse all’estero, principalmente con il banchiere James Rothschild, debiti per 522 milioni – quattro annate di entrate fiscali. Si sostiene che lo Stato sabaudo si piegò alla necessità della unità nazionale e si aggiunge che è doveroso essere grati ai Savoia; di certo – di storico – c’è solo il fatto che il Regno di Sardegna se la cavò riversando i suoi debiti sul resto dell’Italia autoannessasi».([7])
Gli avvenimenti del 1860, dal 1 gennaio sino al 7 settembre (giorno dell’ingresso di Garibaldi in Napoli), costarono al Regno delle Due Sicilie la somma di 55.248.618,79 lire, mentre il Piemonte, in quello stesso anno, aumentava il suo debito di altri 150 milioni di lire. Seguiva l’anno 1861 ed il Regno d’Italia s’inaugurava a Torino con un altro debito di 500 milioni di lire. A questa cifra andò ad aggiungersi il disavanzo che, dal 7 settembre 1860 al 31 dicembre 1861, fu accumulato di governi dittatoriale garibaldino, prima, e luogotenenziale sabaudo, dopo, pari a 127.496.812 lire.([8])
A conti fatti, alla fine dell’anno 1861, il debito pubblico piemontese aveva raggiunto i 2 mila milioni di lire, una cifra astronomica per quei tempi, specialmente per un piccolo Stato come il Piemonte.([9])
Inoltre, al Sud, con un terzo della totale popolazione italiana, circolava il doppio di moneta che nel resto d’Italia messo insieme.([10]) In particolare, al momento dell’annessione, le Due Sicilie possedevano 443.200.000 di lire-oro, mentre tutti gli altri Stati pre-unitari insieme ne avevano 225.200.000; il Regno di Sardegna, in particolare, possedeva appena 27.000.000 di lire-oro.
Ma c’è di più. Nel Regno di Piemonte, le riserve auree garantivano solamente un terzo della carta-moneta circolante (vale a dire che 3 lire di carta valevano 1 sola lira d’oro); nelle Due Sicilie, invece, venivano emesse principalmente monete d’oro e d’argento, e le riserve coprivano interamente quel poco di valuta cartacea ivi esistente.([11])
La valuta piemontese era, quindi, carta straccia, mentre quella napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura: una moneta borbonica aveva un suo valore intrinseco, in quanto la quantità d’oro o d’argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale.
In parole povere, mentre il Regno delle Due Sicilie era pieno di soldi, il Piemonte era pieno di debiti, tanto che, senza tema di smentita, possiamo affermare che l’impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell’Unità d’Italia.([12])
E solamente da questo punto di vista la spedizione dei mille può essere considerata come un… «investimento» per i piemontesi!
Oltremodo appropriata appare la colorita affermazione di Giacinto de’ Sivo: «…Torino fe’ debiti per 24 volte più di noi… e Torino, più non avendo da mangiare, venne a mangiar Napoli».([13])
Infatti, «senza il saccheggio del risparmio storico del Paese borbonico, l’Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnazione la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La montagna di denaro circolante al sud avrebbe fornito 500 milioni di monete d’oro e d’argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d’emissione sarda, che in quel momento ne aveva soltanto per 100 milioni, avrebbe potuto costruire un castello di carta-moneta bancaria alto 3 miliardi…», scriveva Zitara, per poi concludere: «insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l’unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s’erano messi». In sostanza, il Sud fu costretto a pagare tutte le spese di guerra del Piemonte, anche quelle sostenute per combattere i meridionali stessi!([14])
Sotto il profilo squisitamente storico degli avvenimenti, Luciano Canova ricalca poi la solita vulgata risorgimentalista, definendo «grosso smacco per l’armata borbonica» la «vittoria comprata» di Calatafimi; nonché, parlando di «abilità tecnica» di Garibaldi, da una parte, e di «disorganizzazione delle truppe regie», dall’altra, relativamente alla conquista di Palermo.
Come al solito, il Canova non conosce – o fa finta di non conoscere – la verità storica di come si svolsero effettivamente i fatti.
A Calatafimi, il 15 maggio 1860, la vittoria garibaldina non fu conseguita sul campo, bensì fu «comprata» dallo stesso Garibaldi, il quale aveva preventivamente corrotto il generale borbonico Francesco Landi; la qual cosa spiega anche l’ostentata sicurezza con la quale il nizzardo affermò: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore», in quanto era ben sicuro di… non morire! Infatti, proprio allorquando le truppe borboniche stavano sgominando i garibaldini con un battaglione (quattro compagnie) dell’8° Cacciatori al comando del maggiore Michele Sforza, vennero costrette a ritirarsi per ordine del generale Landi. Il giorno 17 maggio, il Landi, dopo aver fatto fare inutili giri alle truppe, si ritirò incomprensibilmente in Palermo. Il comportamento del Landi diventerà comprensibilissimo allorquando si scoprirà che lo stesso aveva ricevuto da emissari di Garibaldi una fede di credito (documento simile agli odierni assegni) di 14.000 ducati (valutabile in circa 700.000 euro attuali!) come prezzo del suo tradimento.
Il Landi fu quindi sostituito nel comando dal generale Ferdinando Lanza, un altro traditore!
Costui, infatti, pur disponendo di ben 25.000 uomini addestrati e ben equipaggiati, li rinchiuse nei forti di Quattroventi, Palazzo, Castellammare e Finanze, lasciando a presidio degli ingressi di Palermo solamente 260 reclute. Garibaldi, pertanto, nella notte fra il 26 ed il 27 maggio, assalì la città ed ebbe gioco facile sulle esigua guarnigione posta a difesa.
Il 20 luglio si ebbe lo scontro di Milazzo, dove il colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco (che non era nel libro paga dei piemontesi!) mise in difficoltà i garibaldini comandati da Giacomo Medici, subito soccorso dallo stesso Garibaldi. Ma i garibaldini disponevano di abbondante artiglieria, di posizioni favorevoli e dell’appoggio dal mare della nave «Tucköry», la ex corvetta borbonica «Veloce» comandata dall’ammiraglio Amilcare Anguissola (un altro traditore passato dalla parte dei garibaldini). Il colonnello del Bosco resistette a tutti gli attacchi; tuttavia, i valorosi soldati napoletani, per il mancato invio dei necessari rinforzi da parte del generale Clary (un altro ufficiale borbonico vendutosi al nemico!), di fronte ad un numero preponderante di circa 10.000 assalitori, furono costretti a ritirarsi nel Forte di Milazzo.
Come ben si può vedere, i mercati finanziari e il debito pubblico napoletano non ebbero, pertanto, alcun ruolo «nello sgretolamento del regno borbonico e nel successo dei garibaldini», ma si verificò l’esatto contrario.
I rovesci subiti dall’esercito borbonico furono, infatti, determinati tutti dal tradimento dei generali (cosa che nulla ha a che vedere con il c.d. spread), mentre la perdita di valore dei titoli di Stato delle Due Sicilie è stata la naturale conseguenza, soprattutto, delle ruberie che la nostra terra ha subito a seguito della calata dal nord dei barbari invasori e della successiva fusione del debito pubblico napoletano con quello piemontese. Come abbiamo visto, quest’ultimo era ben 4 volte superiore a quello delle Due Sicilie e, con l’unificazione politico-territoriale della Penisola, il debito pubblico degli Stati pre-unitari confluì in quello del Regno d’Italia e tutti i relativi titoli si «allinearono», ob torto collo, con i titoli piemontesi che, già nel 1859, quotavano intorno al 70% del valore nominale!
Pertanto, a seguito della fusione, i meridionali dovettero pagare anche il debito pubblico piemontese che, come abbiamo già avuto modo di vedere, era 4 volte superiore a quello delle Due Sicilie.([15])
Dalla tabella annessa all’articolo del Canova, si rileva infatti che, durante tutto il 1860, il titolo napoletano non risulta aver toccato nemmeno i 75 punti percentuali e che quindi aveva mantenuto comunque valori più alti di quello piemontese.
Bastarono appena sessanta giorni di dittatura garibaldina per distruggere le floride finanze e l’economia del Regno borbonico; nel giro di due mesi, infatti, le casse dello Stato napoletano vennero vuotate. Mai nel corso della sua millenaria storia, l’Italia aveva «veduto ladrocini simili a quelli che si ebbero a Napoli durante il periodo garibaldino… Nella capitale del Sud l’eroe dei due mondi, o dei due milioni, trovò denaro in abbondanza, e lo usò in modo sconsiderato, mentre i suoi seguaci si appropriarono indebitamente delle consistenti ricchezze personali di Francesco II e della dote di Maria Sofia. […] Furono rubati tutti denari depositati nelle banche, tutti i preziosi custoditi nei musei, le opere d’arte nei palazzi reali e nobiliari, le armi negli arsenali e finanche beni personali nelle private residenze di molti cittadini».([16])
Ascoltiamo, a tale riguardo, due incontrovertibili testimonianze: quella di Vittorio Emanuele II, il quale, subito dopo l’incontro di Teano, così scrisse a Cavour: «…come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene – siatene certo – questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa…»;([17]) e quella di Francesco Guglianetti, segretario generale presso il ministero dell’Interno piemontese, il quale, riferendosi ai garibaldini che avevano approfittato della situazione, scris-se a Farini di aver saputo «da persona autorevole che parecchi, partiti miserabili, sono ritornati colla camicia rossa e colle tasche piene di biglietti da mille lire».([18])
Purtroppo, le prove documentali contabili di tutti quegli orrendi sperperi, di tutti i soldi rubati ai Borbone e poi scialacquati in modo vergognoso ed inetto, finirono nelle profondità del mare delle Bocche di Capri, insieme al piroscafo Ercole ed al povero, ma onesto, poeta amministratore dei Mille, Ippolito Nievo. Si trattò del primo «delitto di stato» della nuova Italia Una.
A questo punto, appare ben chiaro quali furono le cause effettive del deprezzamento dei titoli di Stato delle Due Sicilie e veramente «fantasiosa» sembra poi l’affermazione dell’articolista secondo il quale «è un po’ come se Garibaldi avesse detto “obbedisco!” non solo al re Vittorio Emanuele, ma anche ai Rothschild», finanzieri che forse il nizzardo non conosceva nemmeno.
Al contrario, costui conosceva molto bene gli ambienti della massoneria internazionale ed, in particolare, di quella inglese, nel cui ambito furono raccolti ben 3 milioni di franchi-oro (convertiti poi in 1 milione di piastre turche) per finanziare la spedizione dei Mille. Questo enorme quantitativo di denaro (del valore di oltre 20 milioni di euro attuali), unitamente a quello rapinato presso i banchi di Palermo e di Napoli servirono per corrompere generali, ammiragli, politici ed alti dignitari del Regno delle Due Sicilie, nonché per riempire le tasche degli stessi garibaldini e dei loro amici.
Ma le ruberie ai danni delle Due Sicilie non terminarono con l’unificazione. A causa delle continue guerre che i savoiardi combattevano, anche quel simulacro di convertibilità in oro andò a farsi benedire, a tal punto che, ancor prima dello stesso 1861 la «carta-moneta» piemontese era diventata «carta-straccia» a causa dell’emissione incontrollata che se ne fece.([19]) Avvenuta la conquista di tutta la Penisola, i piemontesi misero le mani nelle banche degli Stati appena conquistati. La Banca nazionale degli Stati Sardi divenne, dopo qualche tempo, la Banca d’Italia. Dopo l’occupazione del Sud, fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d’oro, per trasformarle in carta-moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi del tanto bistrattato Sud avrebbero potuto emettere carta-moneta per un valore di 1.200 milioni di lire e, così facendo, sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano.
La politica fiscale perseguita dallo Stato unitario fu trasformata allora in un’attività di vero e proprio drenaggio di capitali che, dal Sud, andarono al Nord. Questa operazione fu resa possibile grazie, e soprattutto, alla famigerata e truffaldina legge sul «corso forzoso», approvata il 1 maggio 1866, attraverso la quale fu eliminata la convertibilità della moneta in oro (che, già originariamente, era nel rapporto secondo cui 3 lire di carta erano convertibili in 1 lira d’oro).([20]) Ma l’aspetto osceno fu quello di riconoscere il «principio della inconvertibilità» solo per la moneta della Banca Nazionale e non anche per quella del Banco di Napoli (suo vero competitore!), che rimase così obbligato a «dare oro in cambio di carta straccia» abbondantemente stampata dalla stessa Banca Nazionale.
Il partito unitarista ebbe come slogan quello del «libero mercato», contro il «protezionismo borbonico»; ma se si fossero lasciate agire liberamente le forze del mercato, la Banca Nazionale e le sue collegate sarebbero forse fallite, lasciando il Banco di Napoli alla testa del sistema bancario italiano. Il menzionato intervento politico dello Stato sabaudo ci fu per risolvere una partita che, a livello economico, si stava mettendo malissimo per il Nord.([21])
Quell’oro, piano piano, passò nelle casse piemontesi ed, attraverso questi strumenti scorretti e disonesti, il prospero Regno delle Due Sicilie, in poco tempo, fu portato al tracollo finanziario.
Questa è la vera storia e non la fantasiosa interpretazione di un grafico tabellare!!!
Finanche un convinto unitarista meridionale, come Giustino Fortunato, nella lettera del 2 settembre 1899 a Pasquale Villari, affermò che: «L’unità d’Italia… è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti!». In realtà, il Regno delle Due Sicilie ed il suo popolo furono vittime di una colossale ingiustizia, perpetrata dal Piemonte con la complicità delle massime potenze massonico-liberali dell’800.([22])
In conclusione, appare davvero fuorviante giudicare l’ieri da quello che è l’oggi. Infatti, nel 1866, allorquando i titoli di Stato italiani arrivarono a valere due terzi del loro valore nominale,([23]) stando alla teoria enunciata dal signor Luciano Canova, avrebbero dovuto conseguire ineluttabilmente anche il «crollo» della dinastia savoiarda e lo «sgretolamento del Regno d’Italia»; cosa questa che, purtroppo, non c’è stata.

Egregio signor Saltarelli,
credo che siano sufficienti queste brevi considerazioni per chiarirci le idee e porre in luce la scarsa valenza storico-scientifica rivestita dalle argomentazioni del signor Canova.
Io, tuttavia, dubito fortemente se valga o meno la pena di replicargli, in quanto credo che ci troveremmo di fronte al solito muro ideologico. Basta poco per capirlo. Costui, infatti, con la solita retorica risorgimentalista, parla di «scaltrezza di Cavour e della casa regnante di Torino» e di «finanza… pronta a sintonizzarsi sui ritmi di un cuore [sic!] Savoia»; inoltre, come tutti i risorgimentalisti, comodamente seduto sul carro del vincitore, sciorina le sue opinioni ed i suoi convincimenti, pensando di essere depositario di verità assolute.
Io personalmente mi asterrei, in quanto penso che il discutere con questi signori sia solamente una perdita di tempo, senza che ne consegua alcun vantaggio per la Causa.
Tuttavia, qualora Lei voglia replicare, possiamo risentirci e concordare il da farsi.
Gradisca i miei più cordiali saluti,

Ubaldo Sterlicchio.

[1] La verità è che, a seguito dell’unificazione politico-territoriale della Penisola nel 1860-61, la storia di quegli avvenimenti fu scritta ed adeguata in funzione dei nuovi padroni, i Savoia, i quali dovevano giustificare, ai contemporanei e ai posteri, l’illecita invasione del Regno delle Due Sicilie (un legittimo Stato sovrano, che non minacciava nessuno e che, per sua secolare vocazione, era in pace con tutti gli altri Stati, italiani ed europei – compreso il Regno di Sardegna – con i quali intratteneva regolari relazioni diplomatiche), avvenuta senza casus belli, cioè senza motivazioni politico-giuridiche e, cosa gravissima, senza dichiarazione di guerra. Si toccarono, in tal maniera, gli stessi infimi ed incivili livelli della pirateria (con la spedizione dei Mille) e delle invasioni barbariche (con l’aggressione piemontese), in violazione alle più elementari norme dello jus gentium. Infatti, come giustamente afferma Elena Bianchini Braglia (Cfr. Risorgimento: le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia), nella storia, anche in quella più remota, anche in quella dei secoli che gli stessi liberal-massoni dell’Ottocento definivano oscuri e barbari, mai nessuna guerra fu reputata legittima senza essere sorretta dall’atto formale della sua dichiarazione. Prima che un esercito invadesse uno Stato, occorreva che un previo documento denunciasse motivazioni, eventuali colpe commesse, eventuali atti di riparazione chiesti, e annunciasse un intervento armato solo qualora questi non venissero concordati. Questa era la «barbarie dei secoli oscuri». La civiltà dei secoli illuminati, invece, ammette che un esercito attacchi e vada ad occupare terre altrui senza alcuna motivazione o preavviso… E tutti risorgimentalisti, a cose fatte, si beano nell’attribuire al «genio» di Cavour & compari meriti mai avuti. Vedansi anche gli apprezzamenti di Patrick Keyes O’ Clery nella seguente nota 3.
[2] Giacomo Savarese, “Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860”, 1862, a cura di Aldo Servidio e Silvio Vitale, Controcorrente, Napoli, 2003.
[3] «Amanti della Verità qual siamo, non abbiamo altro obiettivo che dissipare la nuvola di pregiudizio e di inganno che ha, fin qui, oscurato la narrazione di quegli eventi agli occhi di molti che ne condannerebbero come noi gli autori, se conoscessero il vero carattere della rivoluzione che ha creato la cosiddetta unità d’Italia. Noi la giudicheremo non dalle invettive dei suoi nemici, ma dalle confessioni degli amici, molti di loro complici ed alleati dell’arcicospiratore Cavour. Una cosa chiediamo che ci sia riconosciuta: il principio da cui siamo partiti e cioè che la falsità non diventa verità perché asserita da uno statista o da un re, e che il furto non cessa di essere disonesto e disonorevole quando il bottino è un intero Regno». Così Patrick Keyes O’ Clery, in “La rivoluzione italiana. Così fu fatta l’unità della nazione”, trad. it. Ares, Milano, 2000.
[4] Pier Carlo Boggio, deputato piemontese, nel suo Pamphlet “Fra un mese”, pubblicato nel 1859; cfr. Angela Pellicciari, “I panni sporchi dei Mille”, Liberal, Roma, 2003, pag. 146.
[5] Gigi Di Fiore, Controstoria dell’unità d’Italia. Fatti e misfatti del risorgimento”, Rizzoli, Milano, 2007, pagg. 58-59.
[6] Giacomo Savarese, op.cit., pag. 26.
[7] Nicola Zitara, “L’unità truffaldina”, www.nazionali.org , 11 settembre 2009.
[8] Giacomo Savarese, op.cit., pag. 38.
[9] Dalla lectio dedicata a Marco Minghetti, tenuta dall’economista liberale Vito Tanzi (ex direttore del Dipartimento di Finanza pubblica del Fondo Monetario Internazionale dal 1981 al 2000; consulente della Banca Mondiale, nonché sottosegretario all’Economia dal 2001 al 2003) il 25 ottobre 2011 presso la Fondazione CRT di Torino su “150 anni di finanza pubblica in Italia”; cfr. Il Giornale del 26 ottobre 2011.
[10] Francesco Saverio Nitti (uomo politico ed economista, nonché Presidente del Consiglio del Regno d’Italia dal 23 giugno 1919 al 15 giugno 1920), “Scienza delle Finanze”, Pierro, 1903, pag. 292.
[11] Era una specie di moneta cartacea costituita dalle «fedi di credito» e dalle «polizze notate», emesse dal Banco delle Due Sicilie (una istituzione pubblica seria, stimata sia all’interno che all’estero), le quali avevano una storia secolare ed erano apprezzate più dell’oro, perché interamente garantite nel loro valore nominale, che era pagabile a vista con monete-oro contanti, sia presso gli sportelli del Banco, che nelle tesorerie provinciali. Cfr. Nicola Zitara, “La gran cuccagna dei fratelli d’Italia”, periodico Due Sicilie n. 2/2004.
[12] Pino Aprile, “Terroni”, Piemme, Milano, 2010, pag. 94.
[13] Giacinto de’ Sivo, “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”.
[14] Elena Bianchini Braglia, op.cit., pagg. 181-182.
[15] Giacinto de’ Sivo, “I Napoletani al cospetto delle Nazioni Civili”, a cura di Silvio Vitale, Il Cerchio, Rimini, 1994.
[16] Elena Bianchini Braglia, op.cit., pagg. 235-236.
[17] Gennaro De Crescenzo, “Contro Garibaldi. Appunti per demolire il mito di un nemico del Sud”, Il Giglio,  Napoli, 2006, pag. 29.
[18] Francesco Guglianetti a Luigi Carlo Farini, Torino, 7 ottobre 1860; in Roberto Martucci, “L’invenzione dell’Italia unita, 1855-1864”, Sansoni, Milano, 1999, pag. 229.
[19] “La storia del debito pubblico italiano inizia nel 1861 con l’unità d’Italia”, Veya.it, 16 settembre 2011; nonché Fabio Calzavara, “Le origini della Banca d’Italia”, tratto da “Le Banche dei Fratelli d’Italia”, su: http://cronologia.leonardo.it, 18 gennaio 2008. «Nel 1849 si era costituita in Piemonte la Banca Nazionale degli Stati Sardi, di proprietà privata. Cavour, che peraltro aveva i propri interessi in quella banca, impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituto compiti di tesoreria della Stato (configurandosi, in tal modo, un gigantesco conflitto d’interesse!). Fu così che ad una banca privata (antenata della privata Banca d’Italia S.p.a.) fu conferito l’enorme potere di emettere e gestire denaro dello Stato! A quei tempi l’emissione di carta moneta avveniva solo in Piemonte».
[20] Certo, le giustificazioni non mancarono: all’epoca si addussero “motivi patriottici” e, cioè, quelli della guerra contro l’Austria; ma, se così fosse stato, perché il corso forzoso fu mantenuto fino al 1883 e, quindi, ben oltre la breve terza guerra d’indipendenza del 1866 e della stessa presa di Roma del 1870? Non mancarono ulteriori giustificazioni, quali quella che la necessità del corso forzoso derivava dalla crisi dell’industria, messa in ginocchio dalla concorrenza straniera; ma perché, allora, non si ricorse al normale sistema della tariffa doganale al posto di quello, indiretto e macchinoso, del corso forzoso? La risposta a tali domande è che il corso forzoso era stato introdotto per togliere d’impaccio la Banca Nazionale e le banche ad essa collegate che, grazie alla loro allegra finanza, si trovavano sull’orlo del fallimento: la inconvertibilità della sola moneta della Banca Nazionale permise, a questa, di continuare placidamente il suo drenaggio di capitali e di oro dal Sud, essendo rimasta invece convertibile la moneta del Banco di Napoli.
[21] Autori vari, “La storia proibita”, Controcorrente, Napoli, 2001, pagg. 103 e seguenti.
[22] Il filosofo Augusto Del Noce definì il risorgimento «una pagina dell’imperialismo inglese».
[23] Carlo Coppola, “L’insabbiamento culturale della Questione Meridionale”, cronologia.leonardo.it/storia/a1 – 2010.

TRATTO DA:
http://www.altaterradilavoro.com/la-spedizione-dei-mille-di-ubaldo-sterlicchio/

martedì 7 novembre 2017

I PROTOCOLLI DEI SAVI DI SION: UN SEGRETO INDICIBILE

di Enrico Montermini

L’archetipo della lettura complottista: i Protocolli dei Savi di Sion. Un libro maledetto su cui molto è stato scritto e molto resta ancora da scrivere. Pubblicati per la prima volta nel 1905, i Protocolli furono accolti dall’opinione pubblica internazionale in modo ambivalente. Da un lato si fa notare che tutte le profezie in essi contenute si sono puntualmente avverate; e ciò dimostrerebbe la veridicità della congiura ebraica e massonica. Dall’altro si punta il dito sul fatto che quella congiura è in realtà il frutto della fantasia di Maurice Joly, che nel 1864 pubblicò un pamphlet, di cui i Protocolli sono un plagio evidente; e ciò dimostrerebbe la non-autenticità dell’opera. A mio avviso un'analisi serena e obiettiva del libro dovrebbe incentrarsi su questa inspiegabile contraddizione: come può un documento palesemente falso affermare fatti veri e verificabili?




Poiché dei Protocolli dei Savi di Sion si fece immediatamente un uso politico, questo interrogativo fu messo da parte e i termini del discorso furono spostati dal problema non-autenticità/veridicità verso una strada sdrucciolevole: quello della verità. In Germania, dove la congiura ebraico-massonica fu ritenuta reale, i Protocolli furono usati dai nazionalsocialisti come una “licenza per un genocidio”, per usare le parole dell’israelita inglese Norman Cohn. In Russia, dove gli ebrei costituivano il 90% del governo bolscevico, bastava il solo possesso del libro per condannare il possessore alla fucilazione immediata, senza processo. Tra i due estremi si collocano i Paesi cosiddetti democratici. In Inghilterra e negli Stati Uniti fin dal lontano 1920 la stampa sionista si batté per propagandare la tesi del complotto antisemita, usando l'argomento della non autenticità. In Svizzera si tenne un processo che dimostrò una verità processuale: ossia che ciò che non è autentico non può essere definito vero e quindi è una calunnia. Anche la sentenza fu però oggetto di speculazioni politiche, perché la verità processuale contraddiceva la verità dei fatti storici. A questo punto la parola dovrebbe passare agli storici, ma pure costoro si sono lasciati manipolare dalla politica: poiché la Storia si fa sui documenti e quelli in questione non sono autentici, gli storici hanno battuto la via a senso unico di indagare chi e perché compose i falsi Protocolli. Ancora una volta restava inevasa la questione della veridicità: come facevano questi malvagi calunniatori e falsari a predire con sbalorditiva esattezza tutti gli avvenimenti più importanti del Ventesimo secolo? Possedevano forse una sfera di cristallo?

Ammettiamo per un attimo che qualcuno, conosciuto da tutti come un bugiardo, vi dica che possedete due braccia e due gambe: egli non ha forse detto, almeno per una volta, la verità? O la verità ha forse cessato di essere tale in bocca a un bugiardo (o presunto tale)? Crederete dunque di avere sei braccia come il dio Shiva solo perché tutti vogliono convincervi che colui che vi ha detto il contrario è un bugiardo? Ho posto queste domande retoriche per spiegare al lettore la molla che mi ha spinto a compiere ricerche più approfondite: quanto segue è il risultato dei miei studi.

Per quanto è dato sapere, i Protocolli furono pubblicati per la prima volta in Russia da Sergey Nilus nel 1905 in appendice al libro Il piccolo nel grande. In realtà singoli parti dei Protocolli iniziarono a circolare in forma privata già a partire dal 1897: l’anno del Primo Congresso Sionista a Basilea. In un primo momento Nilus affermò che i Protocolli erano il verbale delle riunioni segrete del Congresso. Quando gli fu fatto notare che il Congresso si tenne a porte aperte e che non tutti gli ebrei vi avevano partecipato, egli cadde nel tranello e cambiò versione. Nilus, insomma, mentiva e ciò bastò agli storici per parlare di un complotto politico. A nessuno venne in mente un’altra ipotesi: che Nilus, semplicemente, non conoscesse l’origine di quei documenti e che li avesse considerati autentici in virtù della loro veridicità. I due termini, come abbiamo dimostrato, non hanno lo stesso significato; ma procediamo oltre. I primi protocolli furono pubblicati in forma non integrale su un giornale russo a partire dal 1903. Essi si basavano, come detto, su documenti che iniziarono a circolare privatamente dal 1897 e che provenivano dalla Francia. A Parigi operava in quel momento una sezione della polizia segreta zarista, la Okhrana, diretta dal noto antisemita Pyotr Ivanovich Rachkovsky. Una delle spie zariste a Parigi era Matvei Vasilyevich Golovinski, amico del figlio di Joly, che copiò (con minime differenze) interi passi del Dialogo all’inferno tra Machiavelli e Montesquieu confezionando così i Protocolli dei Savi di Sion.

Secondo gli storici alla corte di San Pietroburgo Rachkovsky e il suo protettore, il conte De Witte, Ministro degli Esteri, si sarebbero serviti di questi documenti non autentici per mettere in guardia lo zar e l’opinione pubblica contro il diffondersi di idee liberali, anarchiche, socialiste e nichiliste. I Protocolli, quindi, avrebbero proposto un’interpretazione artificiosa delle dinamiche storiche: avrebbero semplificato i fatti fino a distorcerli, facendo leva su pregiudizi anti-semiti e anti-massonici che erano largamente diffusi nella società europea. Storici e giornalisti si sono fermati qui, paghi di aver dimostrato la tesi del complotto antisemita. Io invece non mi ritengo soddisfatto dal momento che nessuno parla mai di Maurice Joly, il vero ispiratore - suo malgrado - del Protocolli. Questo silenzio è quantomeno sospetto.

I Dialoghi all'inferno tra Machiavelli e Montesquieu non contengono alcuna accusa contro gli ebrei. Si tratta invece di un pamphlet satirico contro il Napoleone III. L’opera mette a raffronto due modi di agire in politica: quello del Diritto, identificato con Montesquieu, e quello del Potere e cioè il tradimento, l’inganno, la corruzione e la violenza. Erano questi i sistemi raccomandati da Machiavelli al principe ideale, che per Maurice Joly era proprio Napoleone. L’autore era un socialista utopico ed era nemico giurato dell’establishment cattolico che circondava l’imperatore: ciò spiega perché i Protocolli, ricopiando i Dialoghi, rilancino l’archetipo della congiura segreta contro l’umanità, che era proprio delle leggende nere che circolavano sui Gesuiti.

Bisogna sapere che il giornalista Joly godeva della protezione di Adolphe Isaac Cremieux, il fondatore dell’Alleanza Israelitica Universale. Questo importante uomo politico fu inizialmente un seguace dell’imperatore. La sua ambizione si spingeva fino a sognare di diventare Primo ministro ed era sostenuta dal generosi finanziamenti del barone De Rothschild. Quando però Napoleone III si orientò sui servizi di un altro banchiere ebreo, Cremieux divenne un oppositore e tale rimase fino alla caduta dell’imperatore. Infatti nel 1871 troviamo proprio lui al fianco del barone De Rothschild a trattare la pace con il cancelliere Bismark dopo la guerra franco-prussiana. 


Cremieux era Gran Maestro del Rito Scozzese ed era affiliato all'Ordine di Memphis e Mizraim, due Riti del Grand Orient de France: la massoneria più anticlericale d'Europa. A testimonianza del suo odio per i gentili citerò un aneddoto. In occasione dell’omicidio rituale di Padre Tommaso a Damasco, un episodio che nel 1848 fece inorridire i salotti della borghesia europea, Cremieux usò tutta la sua influenza per ottenere la liberazione dell’assassino (ebreo) del missionario.


Maurice Joly era a libro paga di Cremiuex, che era il principale finanziatore del suo giornale: Le Palais. A questo punto la faccenda appare molto diversa da come ci è stata raccontata finora: sebbene i Protocolli dei Savi di Sion siano un falso, la loro fonte principale, che è il Dialogo all'inferno tra Machiavelli e Montesquieu, fu realmente composto in ambito ebraico, socialista e massonico. Identificando nell’ebraismo e nella massoneria gli autori del complotto mondiale, Golovinski tentò di dare un nome agli interessi che Joly serviva, sfiorando la verità senza riuscire a catturarla in tutte le sue sfaccettature.

E' importante a questo punto capire che tutti i protagonisti di questa vicenda sono individui opachi e difficilmente etichettabili, come spesso si incontrano nel mondo dello spionaggio. Per esempio Rachkovsky, il famigerato antisemita a capo dell'Okhrana, era stato in precedenza
un agitatore studentesco e aveva persino diretto un giornale ebraico: L’Ebreo russo. Non meno sorprendente è sapere che egli favorì la carriera, in seno alla polizia segreta zarista, di un terrorista ebreo di nome Abraham Hackelman. Che dire poi del suo agente Golovinski , che passò al servizio dei bolscevichi dopo la Rivoluzione del 1917? Forse è meglio usare cautela prima di attribuire intenzioni politiche a soggetti che sono mossi dall'avidità, dalla sete di potere e dall'amore per intrigo piuttosto che dalle ideologie. Per queste ragioni non mi sento di affermare con certezza che i Protocolli dei Savi di Sion siano un falso creato dalla polizia segreta zarista con l'unico scopo di fomentare l'antisemitismo.

Curiosamente Rachkovsky e il conte De Witte risposero alle accuse di essere gli istigatori dei Protocolli attribuendone la paternità al grande illuminato Gerard Encausse detto Papus, il fondatore dell’Ordine Martinista. Infatti costui, già prima della pubblicazione dei Protocolli, aveva scritto di una congiura segreta che costringeva i governi delle nazioni a fare le guerre e a dettava i termini dei trattati di pace per il profitto del “sindacato della finanza” e cioè dell’oligarchia finanziaria internazionale. La congiura, a suo dire, mirava a favorire la fortuna di pochi uomini: i promotori della congiura.

Perché mai Papus lanciò un’accusa tanto ardita? Perché egli aveva conosciuto lo zar Nicola II e si era guadagnato la sua fiducia. Per conservarla e per sfruttarla a vantaggio degli interessi che serviva, Papus inviò alla corte di San Pietroburgo il suo maestro Nizier Anthelme Philippe alias Maitre Philippe da Lione. Quest’ultimo usò i poteri taumaturgici di cui si diceva investito per proteggere la famiglia imperiale e iniziò lo zar al martinismo. Secondo gli storici dell’esoterismo Maitre Philippe mise in piedi le Logge martiniste in Russia, nelle quali attirò ricchi aristocratici e potenti burocrati. A capo della massoneria martinista russa si pose Nicola II in persona. Le accuse di Rachkovsky e del conte De Witte (un cugino della Blavatsky) contro Papus si devono quindi contestualizzare in una faida interna alla corte di San Pietroburgo, che si concluse con l’allontanamento di Maitre Philippe e l'ingresso in scena del mistico Rasputin. Se le rivelazioni di Papus arrivarono all'orecchio dello zar, la sua reazione potrebbe aver spinto l’Okhrana ad agire, utilizzando il testo di Joly per fini che a questo punto non sono affatto chiari. Accenno appena al fatto che nel 1905 (o poco prima) la polizia segreta zarista aveva stretto un'alleanza inconfessabile con la Grand Lodge de France per portare avanti un progetto politico che resta tuttora avvolto nel mistero. Questa, però, è una storia che ci porterebbe molto lontano: meglio fermarsi qui per il momento.

Con questo articolo credo di aver svelato l’identità di coloro che si nascondono dietro l'espressione "Savi di Sion": gli alti dignitari della massoneria del Rito di Memphis e Mizraim e dell’Alleanza Israelitica Universale, patrocinate dal denaro dei Rothschild. L’esistenza di questo centro di potere occulto rimase celato dietro l'ipotesi di una generica congiura dell’intera razza ebraica: in altre parole i Protocolli dei Savi di Sion fabbricarono una copertura perfetta per i veri congiurati. Se ciò sia stato intenzionale o meno non posso affermarlo con certezza. Quando però l’industriale israelita Walter Rathenau rivelò alla stampa l’esistenza di un complotto di "trecento persone che si conoscono tra loro" e si sono autonominate padrone dell’Europa, il vaso di Pandora fu finalmente scoperchiato. Rathenau divenne nel 1922 Ministro degli Esteri della Repubblica di Weimar e a quel punto si trovò nella posizione di rivelare importanti retroscena della congiura - quella vera, intendo - ai governi europei. Bisognava richiudere il vaso di Pandora prima che fosse troppo tardi: quattro mesi dopo la sua nomina  Rathenau fu ucciso da terroristi di estrema destra. Così nessuno più si domandò chi fossero i membri del “Comitato dei Trecento”: il mondo pianse invece l’ennesima vittima dell’antisemitismo agitato dal libro maledetto, i Protocolli dei Savi di Sion.


Riassumendo:
1) i Protocolli non sono documenti autentici, ma il loro contenuto è in gran parte vero e verificabile; infatti
2) la fonte principale a cui attingono i Protocolli è un pamphlet scritto in ambito massonico ed ebraico; e infine
3) l'idea di una generica congiura ebraica e massonica (o viceversa di un complotto anti-semita) ha finora occultato l'esistenza di una reale congiura, che da oltre un secolo viene condotta dal casato dei Rothschild e dai suoi agenti.


Enrico Montermini, 6.11.2017


TRATTO DA:
https://enricomontermini.blogspot.it/2017/11/i-protocolli-dei-savi-di-sion-un.html?spref=fb