venerdì 20 ottobre 2017

Benito Mussolini «promemoria segretissimo» relativo ai piani di guerra redatto il 31 marzo 1940

Re Vittorio Emanuele III con Benito Mussolini
Nulla di nuovo se non per chi crede alle criminali favole resistenziali, nessuna voglia di fare la guerra ma impossibile starne fuori, bisognava solo scegliere con chi e da quando farla, da buon italiano cercava il massimo risultato con il minimo sforzo, poi però le cose sappiamo come andarono, alle oligarchie imperialiste si incastrarono i percorsi che tutti conosciamo per vie però che solo pochi conoscono o che onestamente riconoscono, non certo quelle raccontate ufficialmente ai grulli ... 
Lezione di Storia: Mussolini non portò l’Italia volontariamente alla Seconda Guerra mondiale e l'attuazione delle famose "leggi razziali"Come le potenze capitalistiche costrinsero l'Italia alla guerra di Filippo GianniniLe vere motivazioni della seconda guerra mondiale e dell’intervento italiano, 10 giugno 1940

Già immagino qualcuno arrampicarsi sugli specchi criticando l'enfasi del discorso della dichiarazione di guerra da Palazzo Venezia, pensavate forse che "chiunque" si sarebbe presentato con le "orecchie basse", "il saio", "auto flagellandosi" con il "cilicio" dicendo:
"entriamo in guerra perchè ci obbligano o comunque perchè ci romperebbero il culo" ? O per dirla in un altro modo "ci annienterebbero"...
ILLUSI ... o in MALAFEDE ...
Ma anche nella dichiarazione di guerra è chiarissimo:
"(...) La nostra coscienza è assolutamente tranquilla.
Con voi il mondo intero è testimone che l'Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l'Europa; ma tutto fu vano (...)".
Quanto dichiara e testimonia in un suo libro Piero Buscaroli :
"Tutto cominciò nel 1975 con una lunghissima passeggiata a Madonna di Campiglio con l'ambasciatore Pietromarchi. Nella nostra entrata in guerra, l'allora consigliere Pietromarchi era stato, nei primi mesi del 1940, quella che nel gergo diplomatico si chiama la «ragione per cui»… era stato il funzionario addetto ai rifornimenti e alla protezione della navigazione dalle insidie degli inglesi. Perché si era visto che gli inglesi, nei mesi della cosiddetta "non belligeranza", intralciavano il traffico marittimo italiano con ispezioni e umilianti intralci ancora documentati nei documenti diplomatici. Pietromarchi preparò per il Duce un quadro terribile della situazione; non si poteva andare avanti così: il traffico portoghese, quello spagnolo non venivano molestati, mentre veniva insidiato il traffico italiano con giorni e giorni di sequestri.

A: Come avvenne l'incontro con Pietromarchi?
B: Era l'estate del 1975, mi ero appena liberato dalla direzione del "Roma". Stavo facendo le vacanze in montagna, a Madonna di Campiglio, quando dalla terrazza della mia casa, vedo passare, inconfondibile per i bellissimi baffi e per la figura eretta, alto e magro, l'Ambasciatore. La strada finiva lì ed entrava in un bosco bellissimo. Mi feci coraggio, mi avvicinai a lui e gli dissi :
«Sono l'ex direttore del "Roma". Mi sono permesso di accostarla perché ho una domanda che mi tormenta da anni. È una domanda difficile, temo che possa anche offenderla. Per tutti quelli che si occupano della Seconda guerra mondiale, sua è la firma del diplomatico di carriera messa accanto alla decisione di Mussolini di entrare in guerra; il suo rapporto sulla navigazione fu sempre considerato come il pretesto che Mussolini si era preparato per giustificare l'entrata in guerra prima di tutti col re. Le impazienze di Vittorio Emanuele erano ben conosciute nel marzo-aprile del 1940. Con tutti quelli che lo avvicinavano diceva di Mussolini :  "quel cretino non approfitta delle conquiste tedesche, che cosa aspetta"».

A: E che cosa le disse Pietromarchi?
B: «Certamente quel mio rapporto fu una giustificazione e una spiegazione». Gli chiesi: «Ma lei ebbe mai l'impressione, mentre faceva quel rapporto, di assecondare un desiderio del Capo del governo? Ebbe la coscienza di fare, in poche parole, quello che Mussolini voleva per avere una motivazione accertata e approvata dal tecnico della situazione, com'era lei, per entrare in guerra?». Mi rispose con questa frase:
«Io non mi sarei mai prestato e Mussolini non me lo avrebbe mai chiesto» e aggiunse: «Per quanto si possa considerare bene o male, Mussolini aveva per il funzionario una correttezza e un rispetto tali che non avrebbe mai chiesto una cosa come questa; certo, io dissi che in quella situazione in cui eravamo giunti (maggio 1940) non poteva fare a meno, se voleva tutelare l'onore e il prestigio dell'Italia, di entrare in guerra; ma questo non vuole dire che io approvassi la sua politica. La disapprovavo fin da quando nel 1936 col patto di Stresa si era messo in condizione un giorno di essere prigioniero degli inglesi e dei francesi». 
Con qualche tradimento di meno, impossibile, forse andava diversamente .... IL SABOTAGGIO DELLA GUERRA FASCISTA CONTRO LE DEMOPLUTOCRAZIE OCCIDENTALISeconda Guerra Mondiale - Patto nippo-sovietico di non aggressione, 13 aprile 1941, Badoglio ("l'eroe" di Caporetto, bisogna ricordarlo) e il Re ...

Poi ognuno può leggere cosa vuole è poi solo questione di onestà o disonestà, avere o non avere una coscienza, ma son cose rare ...
a cura di Cornelio Galas
Questo «promemoria segretissimo» sviluppato da Mussolini era destinato al sovrano (cui fu consegnato il 31 marzo), poi al Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, al Capo di Stato Maggiore Generale Pietro Badoglio, ai tre capi di Stato maggiore, Rodolfo Graziani, Cavagnari e Pricolo, al ministro dell’Africa italiana Attilio Teruzzi, al segretario del PNF Ettore Muti ed al segretario di Stato per la Guerra generale Ubaldo Soddu.

Mussolini riteneva molto improbabile una pace negoziata (con Francia ed Inghilterra) prima delle decisioni irrevocabili, qui analizza l’atteggiamento italiano di fronte alla guerra imminente.
Benito Mussolini
Roma, 31 marzo 1940

In una situazione quale l’attuale che potrebbe chiamarsi di estrema fluidità, è difficile, se non impossibile, fare delle previsioni sullo sviluppo degli eventi e sulle fasi avvenire della guerra. Bisogna dare larga parte all’imprevisto (vedi guerra russo-finlandese) e tenere conto di quanto può accadere nella politica di paesi lontani come gli Stati Uniti o il Giappone.

Pace negoziata di compromesso

L'azienda Guerra
Allo stato degli atti, tale possibilità è da escludersi. È vero che forti correnti pacificiste si agitano pubblicamente in Inghilterra e sotterraneamente in Francia, ma gli obiettivi di guerra degli Alleati, sono tali, oggi, che un compromesso è impossibile. Esso non potrebbe che partire dall’accettazione del «fatto compiuto» delle conquiste tedesche e russe a nord-est, ma questo non si concilia con la proclamata volontà di ricostituire la Polonia, la Cecoslovacchia e persino l’Austria.
Una pace di compromesso può essere più agevolmente accettata dalla Germania, non dalle grandi democrazie, le quali tuttavia non sarebbero aliene dall’accettare il «fatto compiuto» del bottino polacco fatto dalla Russia, se la Russia «mollasse» la Germania. Il sig. Welles ha, dopo il suo pellegrinaggio, concluso che per una pace negoziata i tempi non sono ancora maturi.

Mappa della Grande Italia secondo il progetto del 1940: in rosso i territori dell’Europa e dell’Africa da includere nell’Italia metropolitana
Operazioni militari terrestri
È prevedibile che i franco-inglesi assumano l’iniziativa delle operazioni, cioè di un attacco al Westwall sul fronte occidentale? Allo stato degli atti, è da escludere. Le forze terrestri inglesi in Francia sono molto esigue; la situazione demografica della Francia non è tale da consentire le perdite gravissime che un attacco al Westwall imporrebbe.

Quanto al morale dei soldati francesi è difensivo, non offensivo. I franco-inglesi sono alla ricerca di un fronte terrestre, meno incomodo, di quello occidentale e a tale scopo è stato preparato l’esercito di Weygand. Ma questo famoso fronte non si delinea ancora dal punto di vista geografico. Balcanico? Caucasico? Libico?

I franco-inglesi continueranno quindi:
  • a) a non assumere iniziativa di operazioni su terra; 
  • b) a operare più controffensivamente che offensivamente sul mare e nell’aria; 
  • c) e soprattutto a rendere più ermetico il blocco attorno alla Germania.
Operazioni germaniche

Da parecchi mesi si parla di una offensiva germanica contro la Maginot o contro Belgio e Olanda per arrivare alla Manica. A rigore di logica anche questa offensiva sembra doversi escludere per i seguenti motivi:
  • a) perché la Germania ha già raggiunto i suoi obiettivi di guerra e può quindi attendere l’attacco avversario;
  • b) perché è troppo rischioso giocare il tutto su una carta, poiché se l’offensiva fallisse del tutto o si concludesse con un insuccesso e ci fossero perdite rilevanti, una crisi interna nella Germania sarebbe inevitabile, dato che anche il morale del popolo tedesco è complessivamente mediocre e in taluni grandi centri come Berlino e Monaco meno che mediocre. È quindi probabile che fra la guerra di attacco e quella di resistenza, la Germania sceglierebbe l’ultima e cioè:
  1. metterà tutto in opera per resistere al blocco;
  2. assumerà l’iniziativa di operazioni marittime e aeree sempre più vaste di controblocco. L’offensiva terrestre avrà luogo o nell’eventualità di una certezza matematica di schiacciante vittoria o come carta della disperazione se il blocco a un certo momento non consentisse altra via di uscita.
Posizione dell’Italia

Guerra infinita,
 guerra ecologica
Se si avvererà la più improbabile delle eventualità, cioè, una pace negoziata nei prossimi mesi, l’Italia potrà, malgrado la sua non belligeranza, avere voce in capitolo e non essere esclusa dalle negoziazioni; ma se la guerra continua, credere che l’Italia possa rimanersene estranea sino alla fine, è assurdo e impossibile.

L’Italia non è accantonata in un angolo d’Europa come la Spagna, non è semi-asiatica come la Russia, non è lontana dai teatri di operazione come il Giappone o gli Stati Uniti, l’Italia è in mezzo ai belligeranti, tanto in terra, quanto in mare. Anche se l’Italia cambiasse atteggiamento e passasse armi e bagagli ai franco-inglesi, essa non eviterebbe la guerra immediata colla Germania, guerra che l’Italia dovrebbe sostenere da sola; è solo l’alleanza colla Germania, cioè con uno Stato che non ha ancora bisogno del nostro concorso militare e si contenta dei nostri aiuti economici e della nostra solidarietà morale, che ci permette il nostro attuale stato di non belligeranza.

Esclusa l’ipotesi del voltafaccia che del resto gli stessi franco-inglesi non contemplano e in questo dimostrano di apprezzarci, rimane l’altra ipotesi cioè la guerra parallela a quella della Germania per raggiungere i nostri obiettivi che si compendiano in questa affermazione: libertà sui mari, finestra sull’oceano.

L’Italia non sarà veramente una nazione indipendente sino a quando avrà a sbarre della sua prigione mediterranea la Corsica, Biserta, Malta e a muro della stessa prigione Gibilterra e Suez. Risolto il problema delle frontiere terrestri, l’Italia, se vuole essere una potenza veramente mondiale, deve risolvere il problema delle sue frontiere marittime: la stessa sicurezza dell’Impero è legata alla soluzione di questo problema.

Guerra alla Terra
L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la durata della guerra, senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci. Il problema non è quindi di sapere se l’Italia entrerà o non entrerà in guerra perché l’Italia non potrà fare a meno di entrare in guerra, si tratta soltanto di sapere quando e come; si tratta di ritardare il più a lungo possibile, compatibilmente con l’onore e la dignità, la nostra entrata in guerra:
  • a) per prepararci in modo tale che il nostro intervento determini la decisione;
  • b) perché l’Italia non può fare una guerra lunga, non può cioè spendere centinaia di miliardi come sono costretti a fare i paesi attualmente belligeranti.
Ma circa il quando, cioè la data, nel convegno del Brennero si è nettamente stabilito che ciò riguarda l’Italia e soltanto l’Italia.
Piano di guerra

Premesso che la guerra è inevitabile e che non possiamo marciare coi franco-inglesi, cioè non possiamo marciare contro la Germania, si tratta di fissare sin da questo momento le linee della nostra strategia, in modo da orientarvi gli studi di dettaglio.

Fronte terrestre. Difensivo sulle Alpi occidentali. Nessuna iniziativa., Sorveglianza. Iniziativa solo nel caso, a mio avviso, improbabile, di un completo collasso francese sotto l’attacco tedesco. Una occupazione della Corsica può essere contemplata, ma forse il gioco non vale la candela: bisogna però neutralizzare le basi aeree di questa isola.
Ad Oriente, verso la Jugoslavia. In un primo tempo, osservazione diffidente. Offensiva nel caso di un collasso interno di quello Stato, dovuto alla secessione, già in atto, dei croati.
Fronte albanese: l’atteggiamento verso nord (Jugoslavia) sud (Grecia) è in relazione con quanto accadrà sul fronte orientale.
Libia: difensiva tanto verso la Tunisia, quanto verso l’Egitto. L’idea di una offensiva contro l’Egitto, è da scartare, dopo la costituzione dell’Esercito di Weygand.
Egeo: difensiva.
Etiopia: offensiva per garantire l’Eritrea e operazioni su Gedaref e Kassala; offensiva su Gibuti, difensiva e al caso controffensiva sul fronte del Kenia. 

Aria. Adeguare la sua attività a quelle dell’Esercito e della Marina: attività offensiva o difensiva a seconda dei fronti e a seconda delle iniziative nemiche.
Mare. Offensiva su tutta la linea nel Mediterraneo e fuori.
È su queste direttive che gli Stati Maggiori devono basare i loro studi e il loro lavoro di preparazione senza perdere un’ora di tempo, poiché, malgrado la nostra attuale non-belligeranza, la volontà dei franco-inglesi o una complicazione impreveduta potrebbe metterci, anche in un avvenire immediato, di fronte alla necessità di impugnare le armi.
Benito Mussolini


E come finì ?
"Ricordatevi bene: abbiamo spaventato il mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori. Essi non hanno voluto che ci fosse data la possibilità di vivere. Se le vicende di questa guerra fossero state favorevoli all’Asse, io avrei proposto al Führer, a vittoria ottenuta, la socializzazione mondiale. Lavorerò anche in Valtellina. Cercherò che il mondo sappia la verità assoluta e non smentibile di come si sono svolti gli avvenimenti di questi cinque anni. La verità è una". - Benito Mussolini - (NdR)
Pubblicato da televignole che aggiunge:
Grazie alla cortese disponibilità del nostro carissimo amico Enzo Antonio Cicchino possiamo pubblicare una serie di documenti più o meno secretati dell’epoca fascista. 


Enzo Antonio Cicchino
Enzo Antonio Cicchino nato a Isernia nel 1956. Vive a Roma. Matricola Rai 230160   enzoantoniocicchino@tiscali.it

Autore e regista documentari RAI. Allievo, a Pisa, di Mario Benvenuti: insegnante di cinema e direttore della fotografia.

1978 – 1984 - Assistente alla regia dei registi:
– Paolo e Vittorio Taviani (Il Prato, La notte di San Lorenzo)
– Valentino Orsini (Uomini e no, Figlio mio)
– Franco Taviani (Masoch)

1981 – 1990 – Lavora per le trasmissioni Delta (Raitre), Il Piacere dell'occhio (Raitre), Print (Raitre), Il libro di un amico (Raiuno).

1990 – 1998 – Entra nel gruppo lavoro diretto da Giovanni Minoli. Mixer Cultura (Raidue), Mixer (Raidue, Raitre), Format (Raitre).

Per Mixer realizza molte inchieste e ricostruzioni storiche. Le più importanti:
Le ultime ore di Mussolini 45′
Il processo di Verona: Morte a Ciano 50′
La Battaglia di Cassino 50′
Via Rasella,l'altra faccia delle Fosse Ardeatine 50′
L’Oro della Banca d'Italia trafugato dai nazistiI 55′
La Strage di Schio 50′
La morte diI Matteotti 45′
– Inoltre per Mixer/Format  ha curato la realizzazione di circa 500 spot, nonché i promo istituzionali.




1992 – Pubblica la raccolta di racconti Centocelle di nani -Lifeditore - Roma.
1995 – Fonda il sito internet L’Archivio, in ordine di tempo uno dei primi in Italia, ad operare sul web la promozione della storia, della cultura e dell’arte.
1996 – Pubblica il romanzo La Fonte di Mazzacane – L’Archivio Editore – Roma.

Dal 1997 al 2003 – Coordinatore nella giuria del Festival Internazionale del Cinema di Salerno.

1999 – collabora con il regista Italo Moscati alla sua realizzazione dello speciale in 100′ dal titolo Passioni Nere (L’amore ai tempi di Salò) per La Grande Storia in prima serata (Raitre).
– A seguito di studi sulle nuove tecnologie della comunicazione multimediale, tenta di realizzare il Primo Internet Festival Internazionale del Cinema che decade per la allora insufficiente tecnologia e per l’assenza della banda larga.

2000 – Trasmissione Energia (Raitre) di Alan Friedman.

– Programmista regista per il rotocalco di storia contemporanea Correva l'anno (Raitre) per cui realizza tre inchieste: “Fuga” Kappler dal Celio - Delitto Rosselli - Delitto Matteotti.

2001 – Autore e regista di “Giulio Cesare” Il monarca riluttante per la trasmissione Correva l'anno (Raitre) 50′
– Coautore e coregista (insieme a Antonia Pillosio) di “Rommel” per la trasmissione Correva l'anno (Raitre) 50′
2002 – Autore e regista di “Gli uomini di Mussolini 1: Farinacci, Balbo, Grandi, Starace” per la trasmissione La Grande Storia (Raitre) 110′
– Autore e regista di Gli uomini di Mussolini 2: Graziani, Bottai, De Vecchi, Pavolini” per la trasmissione La Grande Storia (Raitre) 100′
2003 - Autore e regista di “4 Novembre: La Vittoria” per la trasmissione La Grande Storia (Raitre) 100′
2004 - Autore e regista di Gli uomini di Mussolini 3: D’Annunzio, Badoglio, Costanzo Ciano, Giovanni Gentile” per la trasmissione La Grande Storia (Raitre) 110′

2005 - Vite parallele: “Dino Grandi / Giuseppe Bottai” per la trasmissione Correva l'anno (Raitre). 50′
- Autore con Roberto Olivo del volume La Grande Guerra dei Piccoli Uomini – Ancora editore – Milano

2006Vite parallele: “Alessandro Pavolini / Roberto Farinacci” per la trasmissione Correva l'anno (Raitre) . 50′
- Autore con Roberto Olivo del volume Mussolini – Nordpress editore – Chiari
2007 - “Berlino o Londra? La Guerra di Mussolini per la trasmissione Correva l'anno (Raitre) . 50′
- Autore con Roberto Olivo del volume Via Rasella – Nordpress editore- Chiari

2008 - “Dino Grandi / Benito Mussolini per la trasmissione Correva l'anno (Raitre)
2009 - “Dittatura” per La Grande Storia (Raitre) 110′

2010
Propaganda per La Grande Storia (Raitre) 118′
- pubblica per l’editore Mursia il volume Il Duce attraverso il Luce

2011Mussolini: Soldi Sesso Segreti per La Grande Storia (Raitre) 115′
pubblica (con Roberto Olivo) per l’editore Mursia il volume Caccia all'oro Nazista
Ristampa con l’editore Laruffa il romanzo La Fonte di Mazzacane

2012Mussolini: Marcia Morte Misteri” per La Grande Storia (Raitre) 117

2013 - Pubblica con La Rondine Editore la Trilogia per il teatro Prima dello specchio
pubblica (con Roberto Olivo) per l’editore Mursia il volume Correva l'anno della vendetta

2014Fascismo: Dossier Ricatti Tradimenti per La Grande Storia (Raitre)120’
Fonte  televignole
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Quella ricetta di Mussolini che salvò l'Italia dalla crisi. Bruno Vespa

TRATTO  DA:
https://unmondoimpossibile.blogspot.it/2017/10/benito-mussolini-promemoria.html

lunedì 9 ottobre 2017

APPELLO AI FRATELLI IN CAMICIA NERA (PALMIRO TOGLIATTI 1936)


Agli operai e ai contadini,Ai soldati, ai marinai, agli avieri, ai militi,Agli ex-combattenti e ai volontari della guerra abissina,agli artigiani, ai piccoli industriali e ai piccoli esercenti, agli impiegati e ai tecnici,agli intellettuali,ai giovani,alle donne,a tutto il popolo italiano! Italiani! L’annuncio della fine della guerra d’Africa è stato da voi salutato con gioia, perché nel vostro cuore si è accesa la speranza di veder,finalmente, migliorare le vostre penose condizioni di esistenza.Ci fu ripetuto che i sacrifici della guerra erano necessari per assicurare il benessere al popolo italiano, per garantire il pane ed il lavoro a tutti i nostri lavoratori, per realizzare – come disse Mussolini – “quella più alta giustizia sociale che, dal tempo dei tempi, è l’anelito delle moltitudini di una lotta aspra e quotidiana con le più elementari necessità della vita”, per dare terra ai nostri contadini, per creare le condizioni della pace.Sono trascorsi parecchi mesi dalla fine della guerra d’Africa, e nessuna delle promesse che ci vennero fatte è stata ancora mantenuta.Anzi, le condizioni delle masse sono peggiorate con la fine della guerra africana; mentre si accresce di giorno in giorno per il nostro paese, la minaccia di esser trascinato in una guerra più grande, in una guerra mondiale.Perché le promesse che vengono fatte al popolo non si sono mai mantenute? Perché il nostro popolo non riesce a risollevarsi, e viene gettato nelle guerre a ripetizione che dovrebbero salvarlo dalla miseria e che aumentano, invece, sempre di più la sua miseria?
Italiani! La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che l’Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte all’affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti.Questo pugno di grandi capitalisti parassiti hanno fatto affari d’oro con la guerra abissina; ma adesso cacciano gli operai dalle fabbriche, vogliono far pagare al popolo italiano le spese della guerra e della colonizzazione, e minacciano di trascinarci in una guerra più grande.Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso alla riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesseche per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute.L’Italia può dar da mangiare a tutti i suoi figli.
Italiani! Il nostro paese può dar da mangiare a tutti i suoi figli e non ha da temere, come una disgrazia, l’aumento della popolazione.Guardate, figli d’Italia, fratelli nostri, guardate i gioielli dell’industria torinese, le mille ciminiere di Milano e della Lombardia, i cantieri della Liguria e della Campania, le mille e mille fabbriche sparse nella Penisola, dalle quali escono macchineperfette e prodotti magnifici che nulla hanno da invidiare a quellifabbricati in altri paesi.Tutta questa ricchezza l’avete creata voi, operai italiani: l’ hacreata il vostro lavoro intelligente e tenace, accoppiato al genio dei nostri ingegneri e dei nostri tecnici. Guardate, figli d’Italia,le nostre campagne dove si è accumulato il lavoro secolare digenerazioni di contadini. Sì, il nostro è il paese del sole,dell’azzurro cielo e dei fiori; ma la nostra Italia è bellasoprattutto perché i nostri contadini l’ hanno abbellita con il lor olavoro.Queste opere le avete create voi, con il vostro lavoro, operai italiani, voi che avete fatto dare al nostro popolo il nomedi “popolo di costruttori”.Noi abbiamo ragione di inorgoglirci. Questa Italia bella, queste ricchezze sono il frutto del lavoro dei nostri operai, dei nostri braccianti, dei nostri ingegneri, dei nostri tecnici, dei nostri artisti, del genio della nostra gente.Ma questa ricchezza non appartiene a chi l’ ha creata.Essa è nelle mani di poche centinaia di famiglie, di grossi finanzieri e di capitalisti, di grandi proprietari fondiari, che sono i padroni effettivi di tutta la ricchezza del paese, che dominano l’economia del paese.Questo pugno di dominatori del paese sono i responsabili dellamiseria del popolo, delle crisi, della disoccupazione. Essi non sipreoccupano dei bisogni del popolo, ma dei loro profitti.A questa gente non importa che milioni di operai e di braccianti siano senza lavoro, che migliaia e migliaia di giovani vivano nell’ozio forzato, che la gioventù uscita dalle scuole non trovi una occupazione, mentre utilizzando tutta questa grande forza, oggi inoperosa, si potrebbero moltiplicare le ricchezze del paese.I pescicani capitalisti affamano il popolo, gettano sul lastrico gli operai, aumentano lo sfruttamento degli operai che lavorano e abbassano il loro salano, provocano la rovina dei contadini, dei piccoli industriali, dei piccoli commercianti, e degli artigiani; e quando il popolo è caduto nella miseria gli dicono che bisogna fare la guerra, che bisogna andare a farsi ammazzare per riempire le loro casseforti.I pescicani non vogliono pagare le conseguenze della crisi che essi hanno provocata, anzi, si fanno pagare da tutta la Nazione i miliardi necessari a colmare il passivo delle loro aziende!I pescicani impongono al popolo una spesa annua di sei miliardi dilire per la preparazione della guerra!E per tenere a freno il popolo affamato, per imporgli i più durisacrifici, i pescicani hanno bisogno di un forte apparato di polizia che costa al paese più di un miliardo all’anno.Quarantatre milioni di italiani lavorano e penano per arricchire un pugno di parassiti.Sono questi grandi magnati del capitale che impediscono l’unione del nostro popolo, mettendo fascisti e antifascisti gli uni contro glialtri, per sfruttarci tutti con maggiore libertà.Sono questi parassiti del lavoro nazionale e del genio italiano che hanno tolto ogni libertà al popolo, hanno imbavagliato i lavoratori,i tecnici, gli intellettuali, fascisti e non fascisti, per sfruttarli meglio ed asservirli; sono questi grandi razziatori della ricchezza del paese che hanno corrotto la nostra vita pubblica, arricchendo certi alti funzionari e gerarchi dello Stato e del Partito fascista,che ieri erano poveri ed oggi hanno ville, automobili e capitali investiti, – per farsene degli strumenti servizievoli; sono questi briganti che ci portano alla guerra, perché la guerra aumenta enormemente i loro profitti ed offre loro la possibilità di nuove ladrerie, di nuove ladrerie, grandi accumulazioni di ricchezze. Popolo Italiano! Unisciti per liberare l’Italia da queste canaglie che dispongono della vita di quarantatre milioni di italiani, che affamano il nostropaese, e lo portano alla rovina, alla guerra in permanenza; unisciti per far pagare ai pescicani le spese della guerra e della colonizzazione!
[..]
I comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori […]Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma…FASCISTI DELLA VECCHIA GUARDIA! GIOVANI FASCISTI!Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi LAVORATORE FASCISTA, noi ti diamo la mano perchè con te volgiamo costruire l’Italia del lavoro e della pace, e ti diamo la mano perchè noi siamo, come te, figli del popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamogli stessi interessi e gli stessi nemici, ti diamo la mano perchè l’ora che viviamo è grave, e se non ci uniamo subito saremotrascinati tutti nella rovina [.] ti diamo una mano perchè vogliamo farla finita con la fame e con l’oppressione. E’ l’ora di prendere il manganello contro i capitalisti che ci hanno divisi, perchè ci restituiscano quanto ci hanno tolto[…]
Popolo Italiano!
Noi comunisti italiani combattiamo per rovesciare il dominio dei capitalisti nel nostro paese, per strappare dalle mani dei capitalisti che le monopolizzano le ricchezze del nostro paese erestituirle al popolo che le ha prodotte; noi combattiamo per fondarein Italia uno Stato in cui ogni cittadino abbia il diritto al lavoro e a ricevere una rimunerazione a seconda della quantità e qualità dellavoro fornito, per ogni cittadino abbia diritto al riposo pagato eda tutte le assicurazioni sociali e per la vecchiaia, a spese dello Stato; uno Stato in cui ogni cittadino abbia diritto alla istruzione gratuita, da quella elementare a quella superiore; uno Stato di lavoratori liberi in cui tutti i cittadini abbiano la più completa libertà politica, di pensiero, di organizzazione e di stampa, uno Stato che sia nelle mani dei lavoratori, governato dai lavoratori. In uno Stato simile la disoccupazione sarà distrutta per sempre, lecrisi saranno abolite, le ricchezze del paese saranno messe aprofitto di tutto il popolo.I nostri giovani, i nostri ingegneri, i nostri tecnici avranno largo campo di sviluppare le loro capacità; e tutti lavoreranno un minor numero di ore al giorno, migliorando le proprie condizioni materialie culturali.I contadini non peneranno più sulla terra che non è loro.La cultura che oggi è ristretta e compressa avrà uno sviluppo mai raggiunto nel nostro paese.Noi vogliamo fondare una Italia forte, libera e felice, come fortelibera e felice e la Unione dei Soviet, dove in questi giorni 170milioni di lavoratori discutono la nuova Costituzione, la Carta della libertà, lo Statuto di una società di lavoratori liberi. La vittoria del programma dei comunisti, in Italia, sarà la libertà assicurata dalla disciplina cosciente del popolo padrone dei propri destini,sarà il pane e il benessere e la cultura garantiti a tutta la popolazione lavoratrice, sarà la politica della pace e della fraternità tra i popoli, garantita dal popolo al potere.Noi comunisti difendiamo gli interessi di tutti gli strati popolari,gli interessi dell’intera Nazione.Perché la Nazione è il popolo, è il lavoro, è l’ingegno italiano,perché la Nazione italiana è la somma di tutte le sofferenze e le lotte secolari del nostro popolo per il benessere, per la pace, perla libertà, perché il Partito Comunista, lottando per la libertà delpopolo e per la sua elevazione materiale e culturale, contro il pugnodi parassiti che l’affamano e la opprimono, è il continuatore e l’erede delle tradizioni rivoluzionarie del Risorgimento nazionale,l’erede e il continuatore dell’opera di Garibaldi, di Mameli, di Pisacane, dei Cairoli, dei Bandiera, delle migliaia di Martiri ed Eroi che combatterono non solo per l’indipendenza nazionale dell’Italia, ma per conquistare al popolo il benessere materiale e la libertà politica. Nella lotta per questo grande ideale di giustizia e di libertà, diecine di comunisti sono caduti, e migliaia sono stati condannati in questi anni a delle pene mostruose. Centinaia di questi eroici combattenti per la causa del .popolo languono nelle prigioni e nelle isole di confino. Diecine, .tra di essi, sono nelle prigioni da dieci anni. Uomini come Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro, Gerolamo Li Causi, Giovanni Parodi, Battista Santhià,Adele Bei, e cento e cento altri, il fiore della classe operaia e del popolo italiano, i difensori eroici della cultura italiana e degli interessi del paese che essi amano di un amore che non ha l’eguale,ed al quale hanno dedicato la loro vita, – non hanno indietreggiato di fronte a nessun rischio per proclamare la necessità della riconciliazione del popolo italiano per fare l’Italia forte, libera efelice.Ma questo programma non potrà essere realizzato se non con la volontà del popolo. Oggi il popolo non vede ancora possibile la lotta pertale programma. Oggi il popolo vuole risolvere i problemi più urgenti ed attuali che lo angosciano, vuole risolvere i problemi più urgenti del pane, del lavoro, della pace e della libertà per tutti; enoi siamo col popolo, e facciamo appello alla sua unione e alla suariconciliazione perla conquista di queste rivendicazioni indilazionabili. Il programma fascista del 1919 non è stato realizzato!Popolo Italiano!Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo:Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma
[…]Niente di quanto fu promesso nel 1919 è stato mantenuto.I sindacati, sottratti alla libera direzione degli operai, sono ridotti alla funzione di impedire agli operai di far pressione sul padronato per difendere i diritti dei lavoratori. L’assemblea parlamentare è comandata dai pescicani e dai loro funzionari, e nessuna voce indipendente vi si leva a difesa degli interessi sacridel popolo. Voi rendete omaggio alla memoria di Filippo Corridoni. Mal’ideale per il quale Corridoni combatte tutta la vita fu quello di conquistare alla classe operaia il diritto di essere padrona del proprio destino. Il sindacalismo di Corridoni espresse la lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori, e sognò la vittoria deglisfruttati, la loro redenzione dall’oppressione capitalistica.Fascisti della vecchia guardia!Giovani fascisti! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi ed a tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del 1919, e per ogni rivendicazione che esprima un interesse immediato, particolare o generale, dei lavoratori e del popolo italiano. Siamo disposti a lottare con chiunque voglia davvero battersi contro il pugno di parassiti che dissangua ed opprime la Nazione e contro quei gerarchi che li servono.Perché la nostra lotta sia coronata da successo dobbiamo volere lariconciliazione del popolo italiano ristabilendo la unità dellaNazione, per la salvezza della Nazione, superando la divisionecriminale creata nel nostro popolo da chi aveva interesse a spezzarnela fraternità.Dobbiamo unire la classe operaia e fare attorno a questa la unità del popolo e marciare uniti, come fratelli, per il pane, per il lavoro,per la terra, per la pace e per li libertà.Dobbiamo ristabilire la fiducia reciproca fra gli italiani; liquidarei rancori passati; smetterla con la pratica vergognosa dello spionaggio che aumenta la diffidenza, dobbiamo risuscitare il coraggio civile delle opinioni liberamente espresse: nessuno di noi vuol cospirare contro il proprio paese: noi vogliamo tutti difenderegli interessi del nostro paese che amiamo.Amnistia completa per tutti i figli del popolo che furono condannati per delitto d’opinione. Abolizione delle leggi contro la libertà e del Tribunale Speciale, che colpiscono i difensori del popolo, che difendono gli interessi dei nemici del popolo e dell’Italia . Diamoci la mano, figli della Nazione italiana! Diamoci la mano,fascisti e comunisti, cattolici e socialisti, uomini di tutte le opinioni. Diamoci la mano e marciamo fianco a fianco per strappare il diritto di essere dei cittadini di un paese civile quale è il nostro. Soffriamo le stesse pene. Abbiamo la stessa ambizione: quella di fare l’Italia forte, libera e felice. Ogni sindacato, ogni Dopolavoro,ogni associazione diventi il centro della nostra unità ritrovata ed operante, della nostra volontà di spezzare la potenza del piccolo gruppo di parassiti capitalisti che ci affamano e ci opprimono. […]                Palmiro Togliatti     Partito Comunista d’Italia -1936

La rivista storica «Millenovecento» ricostruisce la lunga marcia strategica dei comunisti italiani verso una possibile riconciliazione

E nel ‘ 36 Togliatti guardava ai «fratelli in camicia nera»

L’ ANALISI 

Gramsci aveva capito che il regime poggiava su una base sociale

Che nel primo dopoguerra il Partito comunista intendesse dialogare con i cosiddetti «fascisti di sinistra», avviando un processo di riconciliazione con gli stessi giovani di Salò, non è certo una novità per gli storici di quel periodo. Nel ‘ 45 toccò a Giancarlo Pajetta, l’ intransigente «ragazzo rosso», scrivere su L’ Unità che era giunto il momento di «riconquistare alla patria quei giovani disorientati e delusi dal regime»; ancora più esplicito, Ugo Pecchioli parlò di «necessaria chiarificazione con i coetanei che avevano scelto la Rsi perché frastornati dalla propaganda»; lo stesso Ingrao affermava su Pattuglia, rivista della Fgci, di non ritenere più utile guardare al passato degli ex fascisti, essendo molto meglio «guardare all’ oggi». Se tutto ciò è abbastanza noto, molto meno palese è il processo che ha portato i comunisti italiani alle aperture del dopoguerra: non furono, infatti, svolte improvvise ma frutto di una riflessione strategica che risale a Gramsci e a Togliatti. È merito del mensile di storia contemporanea Millenovecento (terzo numero) avere ricostruito, in un saggio di Alessandro Marucci, la «lunga marcia» del Pci verso la riconciliazione con il popolo in camicia nera, anche perché dalla ricostruzione affiorano gli obiettivi reali della strategia. L’ Internazionale aveva definito il fascismo «reazione capitalista», ma già al Congresso di Lione del ‘ 26, Gramsci vi aveva intravisto una «base sociale» che si andava dilatando grazie a ceti di recente formazione, come la nuova borghesia agraria e la piccola borghesia urbana. Riflessione decisiva, che Togliatti avrebbe sviluppato nelle famose Lezioni sul fascismo (Mosca 1935), in parte volte a capire la «fabbrica del consenso fascista» e il coinvolgimento delle masse nella vita del regime (bisogna arrivare a De Felice perché qualcuno ristudi a fondo quei meccanismi). Il fascismo, insomma, era per Togliatti «un regime reazionario di massa»: parola chiave, quest’ ultima, di ogni strategia comunista. Se di masse si trattava, ancorché fasciste, un’ iniziativa politica nei loro confronti era inderogabile. Ecco allora puntuale, su Lo Stato operaio, un editoriale intitolato «Largo ai giovani» (slogan fascista), dove i comunisti salutavano nei giovani littori un certo «anticapitalismo, per quanto vago e contraddittorio», segno di una nuova coscienza che andava maturando nella società italiana. Un mese dopo, nell’ agosto 1936, sullo stesso foglio Togliatti lanciava esplicitamente un appello ai «fratelli in camicia nera», intitolato «Per la salvezza dell’ Italia riconciliazione del popolo italiano!». La svolta del Pci non avveniva, dunque, di fronte a un regime in crisi ma durante la guerra d’ Etiopia, negli anni del massimo consenso: Togliatti si rivolgeva anche ai lavoratori cattolici e a tutte le forze liberali e democratiche, richiamandosi al Risorgimento e trasferendo il mito nazionale nel corpus ideologico del partito. Pochi anni dopo, da Radio Milano Libertà si rivolgeva ai «fascisti in buone fede», ai quali chiedeva di impegnarsi per un’ azione comune che avrebbe risparmiato al Paese la distruzione. Come sarebbe apparso ancora più evidente dopo la guerra nel dialogo con i «fascisti di sinistra» e gli ex repubblichini, il discorso ruotava attorno alle idee di patria e di nazione, ben lungi dalla tradizione leninista. Ma proprio qui sta la chiave per capire lo scopo della nuova strategia. Assumendo la difesa aperta dei valori patriottici, Togliatti mirava a trasformare il vecchio partito d’ avanguardia, internazionalista, classista e tutto sommato elitario, in un partito di massa, capace di ricongiungersi alla specifica tradizione nazionale, recuperando le masse fasciste e immaginando alleanze sempre più ampie. Detto e fatto. Cinismo del «Migliore» o lungimiranza? Forse una miscela di entrambi, dove comunque l’ ingegneria strategica liquida l’ intransigenza. Forse per sempre.
Medail Cesare

martedì 26 settembre 2017

LA GRANDE MASCALZONATA

di Filippo Giannini 
Dopo le riprovevoli e ripetute rappresentazioni su tutti i “mass-media” avvenute in occasione della ricorrenza della “Giornata della Memoria” del 27 gennaio, leggo su
“Il Messaggero” del giorno successivo:
“Nasce il museo dello Shoah nel cuore di Villa Torlonia”.
E’noto che Villa Torlonia fu, per un certo periodo, la residenza di Benito Mussolini, con questa iniziativa si vuole rafforzare la tesi della responsabilità del Duce nelle malefatte – reali, supposte o false che siano – di Hitler. 
Il 25 aprile 1945 Luigi Longo, uno dei massimi esponenti del Pci e quindi del CLNAI (Comitato Italiano Liberazione Alta Italia), nell’impartire disposizioni per l’esecuzione
della condanna a morte del Duce, ordinò:

storiche>
.
A distanza di oltre sessant’anni ancora si parla di questo argomento. Perché?
    Per avere una visione più chiara della infinita serie di mascalzonate che vengono      
    quotidianamente scaricate” su quell’uomo, è necessario partire dal “Trattato di Pace”
del febbraio 1947 (indicarlo come “iniquo  è riduttivo) ricordiamo quanto recita l’articolo 17 (Sezione I – Clausole Generali):

territorio italiano, la rinascita di simili organizzazioni>.
E i“politici” italiani che si sono succeduti dal 1945 ad oggi, si sono piegati
vergognosamente a questo diktat,  inventando, manipolizando e storpiando la storia, non curandosiminimamente, per giungere allo scopo prefisso, di infangare la memoria di un morto che operò in modo completamente difforme dalle accuse di cui è stato fatto carico.
Una qualsiasi persona di media intelligenza si dovrebbe chiedere:
“cosa può interessare ad una grande democrazia (sic), come quella americana se ci sia o meno un movimento fascista in Italia?”
 La risposta la dette proprio Mussolini in una delle sue ultime interviste:
 “Le nostre idee hanno spaventato il mondo”; per “il mondo", intendeva quello del grande capitale, la plutocrazia, l’imperialismo liberista. 
E allora, ecco la necessità delle grandi menzogne, delle mascalzonate.
“L’operazione demonizzazione del fascismo”
è sviluppato su diversi tentacoli; leggiamo, sempre su “IlMessaggero”, stessa data, pag, 41: A scuola. Lezioni, mostre e percorsi virtuali nei campo di
sterminio>
. In pratica dei nostri ragazzi “il sistema” ne fa degli automi, il cui carburante è la menzogna. E allora facciamo un po’ di storia, quella documentata e documentabile.
Per costruire il mostro (e i mostri) si è costruita un’accusa che riteniamo la più infamante e la più menzognera: l’essere stato Mussolini un vessatore e il responsabile della consegna degli ebrei ai tedeschi. I detrattori, per rendere l’accusa più plausibile hanno coniato il sostantivo “nazifascista”, termine dispregiativo tendente ad accomunare in un’unica responsabilità fascismo e nazismo sulle atrocità commesse da quest’ultimo, sempre che queste non siano frutto di una enorme montatura, come molti studiosi sostengono.
Le diversità dottrinali fra fascismo e nazionalsocialismo sono evidenziate da diversi studiosi e, tra questi, citiamo un’osservazione di Renzo De Felice ( “Intervista sul Fascismo” , pag. 88):
  
vergenza che di convergenza, più differenze che somiglianze>
Infatti, e lo dobbiamo ricordare, anche se l’ebraismo internazionale si
era schierato contro il Fascismo, sia nella guerra civile di Spagna che nel
decretare le sanzioni, per continuare poi negli anni successivi. Mussolini impose per il problema ebraico leleggi razziali (certamente odiose e inique), ma con l’ordine
“discriminare, non perseguire”
 Stabilito ciò, e stabilito che il fascismo fece propria la dottrina razziale più perpportun  po itica – evitare una di
formità così stridente all’interno dell’Asse – che
per interna necessità della sua ideo
logia e della sua vita politica>
(ibidem, pag. 102).
Trattare l’argomento
“fascismo – ebrei”
è stato (e lo vediamo, lo è ancora) un cozzare contro un muro
eretto dall’antifascismo internazionale, muro costruito
e cementato da falsità che con la Storia non hanno
nulla a che vedere. Vediamo, allora, di cercare un varc
o che possa dipanare le nebbie artatamente montate e
avvicinarci a qualche
sprazzo di verità.
Un attento studioso dell’
”Olocausto ebraico”
(specifichiamo
“ebraico”
, perché di
“Olocausti”
se ne
dovrebbero ricordare ben altri, dei quali i
“nazifascisti”
o non ne erano responsabili o, addirittura, ne furono
le vittime), Mondekay Poldiel, scrive:

ella politica, quella militare e
quella civile, si diedero da fare in ogni modo per di
fendere gli ebrei, per fare in modo che quelle leggi
rimanessero lettera morta>
. Per i
“duri d’orecchi”
Poldiel scrive che TUTTI (anche i fascisti, come sarà
rimarcato anche più avanti) non solo non
“perseguirono”
, ma neanche
“discriminarono”
, questo almeno
fino a quando... ma andiamo con ordine.
Per dimostrare quanto fosse lontana dal pensiero mussoliniano la
“questione ebraica”
è da ricordare che
nel 1934, in occasione dell’incontro
con Weizmann , Mussolini concesse tremila visti a tecnici e scienziati
ebrei che desideravano stabilirsi in Italia. Nel 1939 (atte
nzione alla data) vennero
aperte le aziende di
addestramento agricolo, le
“haksharoth”
(tecniche poi trasferite in Israele) che entrarono in funzione ad
Airuno (Como), Alano (Belluno), Orciano e Cevoli (Pi
sa). Così, sempre in quegli anni, nei locali della
Capitaneria di Porto, la scuola marinara di Civita
vecchia ospitava una cinquantina di allievi che poi
diverranno i futuri ufficiali della
marina da guerra israeliana.
Tutto ciò – e tanto altro ancora – può essere un
sufficiente esempio per illustrare il criterio delle
applicazioni delle
“Leggi Razziali”
in Italia.
Quanto sin qui scritto è solo l’inizio della lunga
storia che riguarda i rapporti fra fascismo e gli ebrei. La
documentazione più completa è contenuta nel mio libro
di prossima pubblicazione, ma desidero porre alcune
domande ai detrattori, ai dispensatori di ingiurie
maramaldesche scagliate un po’ per ignoranza e molto per
un bieco, ignobile, servile tornaconto contro un uomo che tutto il mondo ci invidiava:
1)
perché non spiegate alle scolaresche e ai telespetta
tori cos’era la DELASEM? Da chi fu autorizzata?
Che funzioni svolgeva? E, sopr
attutto, in quali anni operò?
2)
Perché gli ebrei tedeschi, austriaci e quelli che vi
vevano nei Paesi occupati da
lle truppe germaniche si
rifugiavano nell’Italia fascista? Eppure, sapete bene
che nell’Italia fascista vigevano le leggi razziali?
3)
Perché quegli stessi ebrei non chiedevano asilo ai
“Paesi democratici”
o, meglio ancora, nel
“paradiso sovietico”.
4)
Perché non ricordate quanto hanno scritto su questo ar
gomento storici ebrei come Mondekay Poldiel,
Rosa Paini, George L. Mosse, Menachem Shelah, Emil Ludwig? E questo è solo un frammento di
quanto c’è da raccontare e da scrivere, solo se si anelasse alla verità.
5)
Perché non parlare sempre di pe
rsonalità ebraiche come Ludwig Gumplowicz, Cesare Goldman,
Duilio Sinigaglia, Aldo Finzi, Dante Almasi, Guido
Jung, Margherita Malfa
tti e mille altri ancora?
6)
Perché non ricordare gli ordini che dette Mussolini al
generale Robotti dopo la
visita di Ribbentrop?
7)
Perché non far presente quando e in quale occasione i
tedeschi misero le mani su tanti infelici sino a
quel giorno al sicuro dietro ad uno
“scudo protettore”
?
8)
Quindi, e di conseguenza, sarebbe fuori luogo asser
ire che gli ebrei furono consegnati alle camere a
gas (sempre che siano esistite realmente) dal primo governo antifascista?
9)
Sì, perché, perché. Perché?
10)
Ma un altro perché, e non è male ricordarlo, è dove
roso porlo, anche se è drammatico e frustrante.
Perché i discendenti del Duce (a parte Donna Rachel
e) mai nessuno si erse, o si erge a difenderne la
memoria? Eppure le possibilità non eran
o, e non sono ancora mancate.
E allora: maestri, genitori, per contrastare almeno
parzialmente questi vili attacchi, cercate la verità e
parlatene con i vostri scolari, i vostri studenti, i vostri figli.
“Quell’uomo”
non merita davvero quanto questo infido sist
ema, per sopravvivere a sé stesso, opera per
infangarne la memoria.
P.S. Dato che intendo andare avanti su questa strada
, saputa la persecuzione cui sono stati oggetto David
Irving, René-Louis Berclaz, Ernst Zündel e a
ltri, prendo a spunto una frase che avrebbe detto
“qualcuno”
a la faccio mia: <

Il Real Esercito delle Due Sicilie tra il 1830 ed il 1861



Il Real Esercito delle Due Sicilie tra il 1830 ed il 1861

Di Ilario Simonetta

Tra i primi provvedimenti adottati da Ferdinando II salito al trono l’8 novembre 1830 a soli venti anni, ci fu quello della ristrutturazione dell’Esercito che negli ultimi tempi aveva subito un processo involutivo veramente preoccupante.

Il giovane Sovrano agì con estrema decisione e severità e non esitò, con un ordine del giorno, a chiedere le dimissioni di un gran numero di ufficiali inetti ed incapaci, richiamando in servizio, reintegrandoli nel grado e nelle funzioni, gran parte di coloro che si erano compromessi nei moti del 1820. Riammise in servizio, destando grande scalpore, anche il Tenente Generale Carlo Filangieri, convinto, a ragione, che solo un Esercito ben addestrato, con soldati disciplinati e motivati avrebbe potuto sostenere con lealtà e fedeltà il Trono e difendere l’autonomia e l’integrità dello Stato.
Alla riforma dell’Esercito Ferdinando si dedicò con vera passione. Visitava ed ispezionava sovente le caserme, si tratteneva affabilmente con i militari dei vari gradi dei quali conosceva tutti i nomi. In breve tempo questi militari impararono a stimare ed amare il loro giovane Sovrano. Nel giro di 10 anni il rinnovamento dell’Esercito era praticamente concluso, con reparti disciplinati e fedeli alla Corona, ben addestrati, ben armati ed equipaggiati, degni insomma del più grande Stato Indipendente della Penisola, che godeva di grande prestigio in campo Europeo, nonostante i malevoli pareri di tanti storici di parte. I progressi furono evidenti. È appena il caso di accennare che nel 1842, sorse primo in Italia, l’Opificio Meccanico e Pirotecnico, fu istituito l’Ufficio Telegrafico, nacquero nuovi reparti e specialità, quali il genio idraulico e terrestre, l’artiglieria costiera, i lancieri (specialità della Cavalleria), ed il superbo Corpo dei Cacciatori, i bersaglieri napoletani.
Il reclutamento e l’alimentazione dei Reparti
Il reclutamento obbligatorio fu introdotto nel 1810, sottoposto a revisione nel 1833 ed integrato con ulteriori provvedimenti nel 1837. Si stabilì che i Corpi del Real Esercito si reclutassero mediante la leva, l’arruolamento volontario e il prolungamento del servizio. Tutti i sudditi in età compresa tra i 18 ed i 25 anni erano soggetti all’obbligo del servizio militare, mediante estrazione a sorte nella misura di un prescelto ogni mille. Erano esclusi dalla leva di terra i distretti marittimi e le isole di Ponza e Ischia, destinati a fornire il contingente per la Real Armata di Mare. Per antico privilegio, i sudditi siciliani non erano soggetti agli obblighi di leva. Comunque, circa 12.000 siciliani servivano nell’Esercito in qualità di volontari. La durata del servizio militare era di 10 anni, di cui 5 in servizio attivo ed altri 5 in congedo illimitato nella riserva. Per la Cavalleria, il Genio, l’Artiglieria e la Gendarmeria, la ferma era di 8 anni, tutti di servizio attivo. L’arruolamento volontario e il prolungamento della ferma assorbiva un gran numero di aspiranti, tanto che la richiesta di coscritti era molto ridotta. Infatti, contro un gettito di circa 50.000 reclute, il contingente di leva non era superiore alle 12.000 unità.
La Nunziatella
La formazione degli Ufficiali era affidata al Real Collegio Militare con sede nel monastero dell’Annunziatella a Pizzofalcone. L’Istituto fu fondato nel 1786 da Ferdinando IV ed era orientato essenzialmente alla formazione degli Ufficiali di Artiglieria e del Genio. Gli allievi ammessa in età dai 10 ai 12 anni, per legge dovevano essere figli di Ufficiali Superiori, Capitani inclusi o appartenenti alla nobiltà. Successivamente furono ammessi anche i figli degli Ufficiali subalterni e appartenenti alla borghesia. L’allievo doveva corrispondere una retta annuale di 180 Ducati, pari a circa 1350 €, più 100 Ducati il 1° anno, per il corredo. Il numero di allievi era di 170 effettivi, divisi in quattro compagnie ed inquadrati da Ufficiali, Sottufficiali e da allievi scelti dei corsi superiori. I corsi avevano una durata di 8 anni, al termine dei quali, gli allievi sostenevano un esame di idoneità. Veniva quindi stilata una graduatoria e gli allievi migliori erano assegnati all’Artiglieria e al Genio, mentre gli altri venivano assegnati alle altre Armi. Chi non superava l’esame, transitava nei vari reparti in qualità di Sottufficiale, o veniva congedato. Gli insegnanti, militari e civili, erano di prim’ordine.
La ristrutturazione degli organici.
Con il Real Decreto del 21 giugno 1833, furono apportate importanti modifiche agli organici e, negli anni successivi furono costituiti tre nuovi reggimenti di Fanteria di linea , quali:
– il 13° Lucania, nel 1840; – il 14° Sannio ed il 15° Messapia, entrambi nell’agosto del 1859. (lastrina con organico tipo del Rgt. di Fanteria e le denominazioni dei vari reggimenti). Superbi, nelle loro uniformi erano i reparti di Cavalleria inquadrati in 7 Reggimenti: due di Ussari, due di Lancieri e tre di Dragoni (lastrina con organico del Rgt. di Cavalleria ), più un quarto Reggimento in tempo di guerra. A livello di eccellenza erano i reparti di Artiglieria e Genio e le loro specialità. Nell’organico dell’Esercito non va dimenticato il Reggimento Real Marina, antesignano dei moderni Marines e che fu il primo in Italia. Infatti, un reparto omologo verrà creato dall’Esercito Italiano solo nel 1861. Il Reggimento Real Marina fu protagonista nel 1848 di un’operazione anfibia tesa a riconquistare la Sicilia a cominciare da Messina, ove un presidio Borbonico resisteva eroicamente da tempo all’assedio operato dai rivoltosi siciliani. Con un’operazione di sbarco molto ardita, i fanti di mare costituirono una testa di ponte sulle spiagge sotto un intenso fuoco avversario, consentendo alle truppe del Gen. Filangieri di organizzare la riconquista dell’Isola. Dell’Esercito facevano parte anche 4 Reggimenti Svizzeri, chiamati dai napoletani “Titò”, che dal 1825 presero il posto degli Austriaci. Erano truppe fedelissime e nelle quali Ferdinando II poneva la più completa fiducia. Il trattamento loro riservato era migliore di quello dei soldati napoletani. Erano indubbiamente dei privilegiati, ma costituivano un sicuro e solido puntello. I fatti tragici delle giornate del 1848 a Napoli, in Sicilia, in Calabria, confermarono l’assoluta fedeltà di queste truppe alla Corona. Successivamente, questo feeling si interruppe improvvisamente e sanguinosamente nel 1859, subito dopo la morte di Ferdinando II, in seguito all’ammutinamento del 1°; 2° e 3° Reggimento. La causa scatenante che determinò la rivolta e che causò decine di morti e centinaia di feriti, fu apparentemente causato dai nuovi accordi tra i Cantoni di arruolamento e la Corona Napoletana. Si stabiliva, infatti, che nelle bandiere dei reparti Svizzeri non dovevano più essere apposti gli emblemi dei Cantoni di reclutamento. Ma ai tragici accadimenti non furono estranee le oscure manovre di agenti sabaudi, tendenti a minare le basi dei nuclei più compatti dell’organizzazione militare borbonica. La prova evidente di tali sospetti sta nel fatto che nelle tasche degli svizzeri morti e feriti furono trovate un consistente numero di monete d’oro. La rivolta fu stroncata dall’intervento dei reparti Napoletani e dal 4° Reggimento svizzero estraneo ai fatti. I reparti ammutinatisi furono sciolti e sostituiti con altre unità composte da militari esteri, specie bavaresi, e gli elementi rimasti fedeli provenienti dai disciolti reggimenti elvetici. Furono quindi creati tre Battaglioni di Cacciatori Bersaglieri Esteri, più un quarto di Veterani.
Trattamento economico
Le paghe dei militari napoletani, anche se inferiori a quelle dei loro colleghi svizzeri erano comunque superiori a quelle percepite dai pari grado dell’Armata Sarda. Ad esempio, un Colonnello dell’Esercito Borbonico, percepiva una paga superiore del 7,9% rispetto a quella di un pari grado piemontese. Nel grado di Tenente, lo scarto era del 2%. Le paghe degli Ufficiali, comprensive delle varie indennità erano le seguenti: – Colonnello: ducati 1524 pari a € 13.830; – Ten. Col.: ducati 1056 pari a € 9.577; – Maggiore: ducati 900 pari a € 8.162; – Capitano: ducati 600 pari a € 5.442; – Tenente: ducati 372 pari a € 3.380. Sullo stipendio base gravava una ritenuta del 2% che concorreva a formare il fondo pensioni. I Sottufficiali delle Due Sicilie percepivano uno stipendio superiore del 20% rispetto ai pari grado dell’Armata Sarda. Nel grado di caporale, il divario era del 14%, mentre le paghe dei soldati dei due eserciti si equivalevano. È da notare inoltre, che il valore della moneta era, nelle Due Sicilie , più elevato che nel Piemonte e che il sistema dei prezzi era abbastanza stabile, specie per i generi di più largo consumo. Oggi queste paghe che possono apparire modeste, si rapportavano ad un costo della vita assai contenuto e si possono considerare adeguate al contesto socio-economico del Regno. Sul piano economico quindi, lo status di militare, offriva un tenore di vita soddisfacente e ciò spiega, almeno in parte, l’esistenza di un gran numero di volontari e raffermati.
Aspetti della vita quotidiana.
Il vitto, veniva distribuito una volta al giorno alle 9.30 del mattino. La qualità era buona e le razioni, generose, comprendevano sempre, pasta in brodo e al sugo di carne. La carne (240 grammi) veniva sostituita il venerdì dal baccalà. Il pane era distribuito ogni due giorni in ragione di 650 grammi al giorno. Per il pasto serale i militari dovevano provvedere in proprio. Il rancio veniva consumato in camerata utilizzando appositi tavoli a quattro posti e veniva portato in loco dal personale delle cucine che, dopo mezz’ora, provvedevano a ritirare le stoviglie. Gli Ufficiali e i Sottufficiali consumavano il pasto unico nella giornata presso le rispettive mense. L’eventuale pasto serale era a pagamento. Il vitto degli Ufficiali e dei Sottufficiali era più vario nell’assortimento e, in genere, comprendeva una minestra, due piatti di carne, due di verdure, dessert, pane, formaggio, frutta e vino. Le condizioni igieniche collettive ed individuali venivano controllate con continue ispezioni e controlli tendenti ad accertare il rispetto delle più elementari norme d’igiene imposte dalla vita in collettività. Nei mesi estivi, i soldati dovevano effettuare i cosiddetti bagni di pulizia che, per i più ritrosi e pudici potevano ridursi al solo lavaggio delle estremità inferiori. Ogni giovedì della settimana, venivano controllati il taglio dei capelli, la pulizia del collo, delle orecchie e dei piedi. Tali ispezioni erano ripetute anche durante le marce. Ogni settimana c’era il cambio della biancheria personale. Il militare versava al caporale di servizio gli effetti sporchi da inviare in lavanderia, che venivano restituiti il sabato successivo. Ogni anno erano previste le visite sanitarie generali a cura del 1° Chirurgo del Reggimento che disponeva d’autorità i ricoveri del caso. Ogni mattina, alla sveglia, il caporale di settimana al grido di “Chi è malato?” chiamava coloro che intendevano chiedere visita medica, i quali venivano poi avviati all’infermeria del Reggimento o all’Ospedale. Nelle caserme le camerate erano spaziose, riscaldate e ispezionate con frequenza. Due piantoni detti “quartiglieri”, designati giornalmente e agli ordini di un caporale di quartiere, provvedevano alla sorveglianza dei locali. I soldati dormivano su un pagliericcio riempito di paglia lunga che veniva cambiata ogni 3 mesi. Il pagliericcio era posto su una lettiera formata da due supporti in ferro che sostenevano tre tavole di legno per il fondo. Erano previste le lenzuola e, dal 15 ottobre al 15 aprile, una coperta di lana. Il posto letto era completato da una mensola di legno detta “cappellinaio”, dove il soldato sistemava gli effetti di equipaggiamento lasciando ben visibile la targhetta riportante il nome e il numero di matricola. La giornata iniziava alla sveglia che, a seconda della stagione, variava da mezz’ora prima dell’alba, all’alba. Dopo mezz’ora dalla sveglia c’era la visita medica e quindi le varie istruzioni fino alle 09.30, ora di distribuzione del rancio. Alle ore 13 d’inverno e alle 15 d’estate, i militari si recavano in libera uscita per poi rientrare in caserma mezz’ora prima del tramonto. La giornata si chiudeva due ore e mezzo dopo la ritirata con il silenzio. L’addestramento era meticoloso e quotidiano, tranne il sabato, i giorni festivi ed in quelli particolarmente caldi o freddi, ovvero con pioggia molto forte. Nei mesi estivi, i soldati venivano istruiti anche al nuoto. Due volte alla settimana avevano luogo i “Campi di Brigata” con affardellamento completo. Il venerdì alle 13, le truppe si recavano al Campo di Marte, dove il Re in persona dopo aver passato in rivista i reparti, assumeva la direzione delle esercitazioni. Al termine, il Re non mancava di premiare i reparti che si erano particolarmente distinti. Non di rado, le truppe stanche e sudate erano trattenute per la recita delle preghiere serali.
Uniformi e armamento
Le riforme apportate da Ferdinando II a partire dal 1830, modificarono l’aspetto del soldato Napoletano. Le nuove uniformi si rifacevano allo stile francese e tale influenza rimase evidente fino alla caduta del Regno. Anche i distintivi di grado che rimasero in vigore fino al 1861, si rifacevano al modello francese. Dal 1841 gli Ufficiali adottarono la goliera in metallo quale distintivo di servizio, in luogo della settecentesca sciarpa bianca e rossa, che rimase in uso solo per i Generali. Sempre in quegli anni venivano fissati i colori per le uniformi e cioè: divisa blu scuro per tutti i corpi ad eccezione dei Cacciatori per i quali era di colore verde e degli svizzeri che indossavano una giacca scarlatta. I pantaloni erano rosso scuro per la gran tenuta della Fanteria della Guardia Reale e di quella di Linea, celeste per gli svizzeri, blu scuro per il Genio e l’Artiglieria ed infine grigi per i Cacciatori. I pantaloni estivi erano per tutti di colore bianco. Le ghette erano di panno nero d’inverno e di tela bianca in estate. L’abito a falde detto “giamberga” era comune a quasi tutti i corpi, era ad un solo petto chiuso da nove bottoni. Le falde per le uniformi della Cavalleria erano, per motivi pratici, molto ridotte. Le uniformi per la Cavalleria non si discostavano molto da quelle francesi, costituite da un abito a due petti con pettorina per i lancieri, mentre gli Ussari della Guardia Reale indossavano un “dolmann” blu chiaro (in napoletano “dolmanda”)con cordelline bianche. I Cacciatori a piedi e i Tiragliatori della Guardia Reale, indossavano un corto giubbetto di panno verde senza falde. I Reggimenti dei Granatieri, Cacciatori e Guardie del Corpo, aggiungevano sulla bottoniera del petto nove “brandeburghi” di lana bianca, che erano gialli per la truppa e di filato d’argento e d’oro per gli Ufficiali. Per la maggior parte dei reparti, il copricapo adottato era lo shakot in feltro nero con visiera e guarnizioni in cuoio nero, filettature laterali in oro ed argento per gli Ufficiali, rosse per la truppa. Nella parte frontale compariva un fregio in ottone indicante la specialità o il reggimento di appartenenza. Per la Cavalleria erano adottati elmi per i Dragoni, Guardie del Corpo e Carabinieri. I Lancieri usavano la Czapka, mentre gli Ussari e i Cacciatori lo Shakot. Alcuni reparti, in occasione di eventi particolari, usavano con la gran tenuta un colbacco nero di pelo d’orso. In inverno e con il cattivo tempo, veniva indossato un cappotto di panno grigio-azzurrognolo o blu, a seconda dei corpi, mentre per la Cavalleria era di panno bianco con un’ampia mantellina detta “ pellegrina”. Il copricapo, in caso di pioggia era ricoperto da una fodera di tela cerata nera sulla quale era dipinto il fregio dell’unità.
Equipaggiamento
L’equipaggiamento individuale era costituito da uno zaino detto “mucciglia”, dalle buffetterie e da una bandoliera con giberna. Tutto il materiale era in cuoio. Lo zaino conteneva l’insieme dei capi di vestiario e del corredo. Sulla parte superiore trovava posto una fodera con anima circolare per avvolgere il cappotto e altri capi di corredo che non entravano nello zaino. Il tutto era assicurato allo zaino con apposite cinghie passanti in cuoio. Le buffetterie comprendevano una tracolla in cuoio bianco per sostenere al fianco la sciabola o la baionetta, nonché una bandoliera con giberna per la custodia delle cartucce e l’occorrente per la pulizia delle armi. Facevano infine parte dell’equipaggiamento un tascapane in tela e una borraccia di forma lenticolare in vetro soffiato ricoperta di spesso cuoio.
Armamento
Le armi erano prodotte esclusivamente dalle industrie del Regno con materiali provenienti in massima parte dalle miniere di Pazzano e di Stilo in Provincia di Catanzaro e, in minore quantità dall’Isola d’Elba. È il caso di sottolineare, che il ferro calabrese era giudicato il migliore, dopo quello svedese. Il Real Stabilimento di Mongiana, con un’area coperta di circa 16.000 m2 e con una manodopera di 600 unità era la ferriera più importante del Regno. Questo opificio, produceva la quasi totalità del ferro e dell’acciaio che veniva poi lavorato dalle Industrie di Stato. Molti erano gli opifici per la costruzione di armi bianche, da fuoco portatili, di artiglierie, affusti, carriaggi e materiali da ponte. Le armi bianche e quelle da fuoco individuali, tutte di ottima fattura, erano prodotte presso la fabbrica di armi di Torre Annunziata e assemblate presso la Montatura d’Armi di Napoli. In un anno, venivano prodotte 11.000 armi da fuoco e 3.000 armi bianche. Presso l’Arsenale di Napoli si costruivano gli affusti per le artiglierie, carriaggi e materiali da ponte. Per quanto riguarda questi ultimi materiali, notevole era un parco ponti che, con solo 60 barche di un modello particolare, consentiva l’allestimento di un ponte che avrebbe permesso il superamento del fiume Po in qualsiasi punto. Altri arsenali minori erano attivi a Palermo e Messina, mentre a Capua era dislocato un opificio pirotecnico. Presso Castel Nuovo, a Napoli, la Reale Fonderia produceva bocche da fuoco in bronzo. Essa, a partire dal 1835, fu sottoposta a continui ammodernamenti, con la messa in funzione di forni Wilkinson e, nel 1841 furono attivati altri forni e macchinari che consentivano la costruzione di cannoni in ferro. Sempre nel 1841, iniziò l’attività l’Opificio Meccanico di Pietrarsa, per la produzione di materiale per l’Artiglieria e il Genio nonché di rotaie ferroviarie. L’Opificio contava ben 1050 addetti ed una superficie coperta di 34.000 m2. La produzione degli esplosivi avveniva presso la Real Fabbrica di Polveri di Torre Annunziata che vantava una tradizione plurisecolare, essendo nata nel 1652. Dal 1854 venne costituito un nuovo stabilimento a Scafati. Le polveri venivano quindi stoccate nella polveriera centrale di Baia e in quelle di Napoli, Capri, Capua, Gaeta, Palermo, Messina e Siracusa. Le armi bianche in uso derivavano dal modello 1820; ammodernate a partire dal 1830, restarono invariate sino al 1861. I Generali avevano in dotazione delle scimitarre di stile orientale e di pregevole fattura introdotte nel periodo Murattiano. I reparti a cavallo adottarono le sciabole a lama dritta di derivazione francese, ad eccezione degli Ussari della Guardia del Corpo che mantennero la sciabola modello 1796 inglese. I Lancieri oltre alla lancia, erano armati di una sciabola con lama leggermente curva, mentre le truppe appiedate erano equipaggiate con il tradizionale briquet a lama larga con fornimenti in ottone e fodero in pelle nera. Particolari erano le daghe dei Guastatori con l’impugnatura forgiata a testa di leone e lama a sega, mentre sontuose ed elaboratissime erano le sciabole da parata dei “Tamburi maggiori”. Negli anni ’50, con l’introduzione delle prime carabine che sostituirono in alcuni Corpi i lunghi fucili, furono distribuite le caratteristiche sciabole-baionetta. Le armi da fuoco portatili, subirono un processo di ammodernamento che iniziato nella metà degli anni ’30, durò circa un decennio. Si passò dalle armi con sistema di accensione a pietra focaia, a quelle con accensione a luminello con capsule a fulminante. La trasformazione interessò anche la rigatura delle canne, a tutto vantaggio della gittata e della precisione del tiro (lastrina con fucili). Alcuni Corpi, come la Cavalleria, continuarono ad avere carabine a pietra focaia, forse in considerazione della scarsa possibilità di utilizzo delle armi da fuoco in battaglia. Molti reparti a cavallo, erano armate con una coppia di pistole da cavalleria. Per quanto attiene alle artiglierie, a partire dal 1835, sotto l’impulso del Gen. Filangieri, Direttore dei Corpi Facoltativi, l’Esercito Borbonico dette inizio ad un vasto programma di rinnovamento dei materiali di Artiglieria. Furono effettuati studi sul sistema Francese del 1827 e su quello Piemontese del 1830. La riforma Napoletana optò per un sistema simile a quello francese, ma con profonde modifiche e innovazioni razionali dovute al Ten. Col. Landi, allora Direttore dell’Arsenale di Napoli. A seconda dell’impiego le Artiglierie erano suddivise in: – Artiglieria da Campagna, con Batterie da posizione e da battaglia; – Artiglieria da Montagna. Questo tipo di Artiglieria armò anche le batterie per le Operazioni anfibie; – Artiglierie da assedio o da Piazza. Era dotata di cannoni da 12 libbre (122 mm) lunghi. – Artiglieria per la difesa da Costa. Impiegava cannoni da 12 libbre e obici da 80 e 30 libbre per il lancio di granate. Anche nell’Artiglieria Napoletana furono attivati studi per il perfezionamento delle bocche da fuoco, nonché per l’applicazione della rigatura. Nel 1859/’60, nell’Arsenale di Napoli, si costruirono cannoni rigati in bronzo utilizzando macchinari ideati dal Colonnello Afan De Rivera. Artiglierie di questo tipo vennero impiegate nella difesa della Piazzaforte di Gaeta e, dopo la caduta del Regno, alcune di esse furono cedute allo Stato Pontificio.
Conclusioni
Il Real Esercito delle Due Sicilie fu un organismo militare che non ebbe nulla da invidiare a tanti altri. Come altri, visse eventi ora propizi, ora contrari, nelle alte sfere ebbe ottimi Generali, ma anche personaggi mediocri sia sul piano professionale che su quello della dignità personale. Cito per tutti il caso clamoroso del Generale Pianell, Ministro della Guerra di Re Francesco II, che all’avvicinarsi delle bande garibaldine, il 2 settembre 1860, rassegnò le dimissioni nelle mani del giovane Sovrano, mostrandosi qualche tempo dopo disinvoltamente per le strade di Napoli con l’uniforme ed i gradi di Generale di Divisione del neo costituito Esercito Italiano. Per contro, l’Esercito Napoletano annoverò moltissimi eccellenti Ufficiali, specie nei gradi intermedi e bassi che alla caduta del Regno, fedeli al giuramento prestato al loro Re, rifiutarono il passaggio nell’Esercito Italiano nel quale potevano mantenere l’anzianità di grado e la paga acquisiti e si avviarono verso un futuro di dura prigionia e di stenti indicibili. Lo stesso discorso vale per i Sottufficiali e la truppa che, guidati da capi valenti e coraggiosi, diedero sempre prova di fedeltà, disciplina ed eroismo, seguendo il loro giovane Re negli epici 102 giorni di Gaeta e resistendo ad oltranza nelle fortezze di Messina e Civitella del Tronto. La storia recente, ci ha insegnato che qualche altra monarchia, di fronte ad eventi altrettanto tragici che hanno segnato la nostra Nazione, non ha saputo dimostrare la stessa dignità ed eroismo dell’ultimo Re delle Due Sicilie. L’Italia ufficiale, dopo 148 anni da quegli avvenimenti, disconosce ancora ed ignora le molte gloriose imprese dell’Esercito Napoletano, per esaltare solo quelle dell’antagonista. Il suo dramma è stato trasformato in farsa avente per titolo “l’Esercito di Franceschiello” e le battute e le innumerevoli derisorie barzellette sono tuttora circolanti. Gli eroi del Volturno, di Chiazzo, di Gaeta, di Messina, di Civitella del Tronto, i martiri di Fenestrelle, di San Maurizio Canavese e di tanti altri lager dei Savoia, chiedono dopo quasi un secolo e mezzo, rispetto e giustizia. Li chiedono all’Italia tutta, ma in modo particolare a noi, figli del Sud .

Fonte:Associazione Due Sicilie Troja

http://www.altaterradilavoro.com/il-real-esercito-delle-due-sicilie-tra-il-1830-ed-il-1861/